Nuovi raid in arrivo? La sottile linea rossa di Biden in Medio Oriente

Joe Biden è messo alla prova dalla necessità di rispondere alla morte dei militari Usa in Giordania. Che cosa può succedere?

Joe Biden e gli Stati Uniti rischiano di essere protagonisti di una nuova escalation mediorientale dopo l’attacco di domenica che ha ucciso tre riservisti delle forze Usa in Giordania. Una manovra imputabile ai proxy iraniani in Iraq e Siria. Milizie che fanno riferimento a Teheran pur non agendo sulla base di un telecomando premuto in una Repubblica Islamica che, come ci ha ricordato Alessandro Cassanmagnago, è divisa nella sua strategia regionale. Nella “guerra grande” che dal 7 ottobre, giorno dei massacri di Hamas in Israele, insanguina il Medio Oriente i tre caduti sono stati i primi morti americani. E per Biden questa è una linea rossa.

Domenica 28 gennaio è stato il giorno più nero per le forze armate Usa nei due anni e mezzo seguiti al disastroso ritiro dall’Afghanistan nel 2021. E ora il Comandante in Capo delle forze Usa si trova di fronte a una serie di opzioni. Innanzitutto, reagire o non reagire? Espandere i raid dopo aver iniziato a colpire gli Houthi in Yemen l’11 gennaio scorso? Come calibrare la necessità di contenere l’Iran con la sfida portata dal prosieguo della guerra a Gaza che gli Usa non riescono a fermare? E, cosa più importante, come evitare il temutissimo esito di un’escalation nella guerra all’Iran?

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I raid che mettono alla prova Biden

I militanti sostenuti dall’Iran che si sono resi protagonisti delle operazioni contro l’Isis e i ribelli siriani a sostegno di Bashar al-Assad sono in fibrillazione dopo lo scoppio della guerra a Gaza. Le loro forze hanno preso di mira le strutture militari statunitensi stanziate in Iraq e nelle regioni periferiche Siria più di 160 volte da ottobre, ricevendo risposte meno di una ventina di volta sotto forma di strike mirati americani. Da giorni diversi deputati e senatori repubblicani hanno chiesto agli Stati Uniti rispondano. Nei corridoi del Congresso americano non si esclude nemmeno l’idea di colpire direttamente l’Iran. Il motto è quello sottolineato dal senatore della South Carolina Lindsey Graham: “Hit Iran now. Hit them hard”. Ma l’amministrazione democratica di Biden prende tempo.

La Cnn riporta che la Casa Bianca ha intenzione di reagire e funzionari vicini all’amministrazione riportano che c’è la volontà di una risposta “potente”, più ampia di quella contro gli Houthi yemeniti. Quello nella neutrale Giordania è stato l’attacco più letale contro le forze statunitensi da quando, nell’agosto 2021 all’Aeroporto di Kabul un terrorista si fece saltare in aria all’Abbey Gate provocando la morte di tredici militari statunitensi negli ultimi giorni del convulso ritiro dall’Afghanistan. Biden vuole reagire senza scatenare un conflitto regionale. “C’è la sensazione che le nostre misure di deterrenza fino ad oggi non siano state accolte da Teheran come speravamo, quindi l’escalation è inevitabile”, ha dichiarato l’ex capo dello staff della Cia e del Pentagono Jeremy Bash.

Escalation e linee rosse

Tra le opzioni sul tavolo per il Pentagono, nota Politico, una serie di strategie variegate. Le forze Usa potrebbero rispondere “colpendo il personale iraniano in Siria o in Iraq o le risorse navali iraniane nel Golfo Persico”, mentre “il governo iraniano, da parte sua, ha suggerito che un attacco all’Iran stesso rappresenterebbe una linea rossa. Dal Qatar all’Oceano Indiano, passando per la task force nel Mar Rosso, le basi Usa nella regione sono già in allerta. A ciò si somma un dato politico.

“Alcuni democratici vicini al presidente credono che sia rimasto inevitabilmente impantanato negli affari esteri, compreso il tentativo di gestire il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu, che ha frustrato la Casa Bianca con la sua condotta della guerra”, aggiunge Politico.

Biden si è trovato criticato sia dalla comunità musulmana vicina ai dem, perché Washington non ha mollato Israele, sia da quella ebraica moderata, che ne contesta la mancata rottura a Netanyahu. Scontata l’opposizione degli ebrei conservatori vicini al Partito Repubblicano, per i quali Biden è, al contrario, troppo poco filo-israeliano. Con le elezioni presidenziali in avvicinamento, Donald Trump, sempre più lanciato verso il rematch con Biden, userà sicuramente la carta della politica estera per colpire Biden. Nel cui entourage, però, “suoi consiglieri senior ritengono che la politica estera offra un’opportunità per mostrare la sua esperienza decennale, che credono di poter usare per contrastare Trump”.

L’incertezza Usa

Il presidente Usa si trova di fronte a una serie di scenari imprevedibili. Non reagire mostrerebbe un’evidente debolezza Usa. Colpire in profondità i proxy iraniani può sicuramente permettere agli Usa di mostrare bandiera. Ma con che strategia? Per fare un esempio, gli attacchi agli Houthi non hanno decongestionato le rotte del Mar Rosso, tutt’altro. Colpire oggi le forze iraniane potrebbe contribuire soltanto a alzare la tensione. Quel che manca è la strategia Usa e la capacità di saper mediare efficacemente tra le parti in causa.

Pochi giorni fa il segretario di Stato Tony Blinken ha detto che il Medio Oriente è nel suo momento più critico dal 1973, anno della guerra del Kippur, a oggi. Solo poche settimane fa, prima dei raid di Hamas, Jake Sullivan, consigliere per la Sicurezza Nazionale della Casa Bianca, diceva che il Medio Oriente non era mai stato così calmo da decenni a questa parte.

L’incapacità di leggere gli scenari ha penalizzato gli Usa nel ritiro afghano e nella gestione delle fasi precedenti lo scoppio della guerra in Ucraina. L’escalation mediorientale è un altro teatro in cui le linee rosse Usa sono messe alla prova ma al contempo più dell’uso della forza (hard power) conta la strategia (smart power). E la vera domanda, che resta insoluta, è una sola: che idea hanno gli Usa dell’ordine internazionale che passa per il Medio Oriente? A questo quesito bisognerà capire per vedere quali azioni sul campo saranno più favorevoli per Washington.