Con il Pnrr per la prima volta l’Italia prende dall’Europa più di quanto versa

Con il Pnrr l’Italia passa nell’Ue da contributore a percettore. È quanto emerge dalla Relazione annuale 2022 la Corte dei Conti

Perché potrebbe interessarti questo articolo? L’Italia non è più finanziatore dell’Unione europea, ma con i fondi provenienti del Pnrr incassa più di quello che versa a Bruxelles. La Corte dei Conti sottolinea una certa preoccupazione sulla dinamica dei pagamenti, ossia i soldi effettivamente destinati a saldare il costo dei progetti. Resta, infine, il peso delle infrazioni, spesso ereditate da anni.

L’Italia cambia il suo rapporto con l’Unione europea, da un punto di vista principalmente economico. Anche se pesano delle mancanze relative agli anni, in alcuni casi addirittura decenni, scorsi. Al momento, comunque  l’impatto di Next generation Eu (Ngue), da noi noto come Piano di ripresa e resilienza, ha invertito una storica proporzione che vedeva Roma come Paese “contributore” di Bruxelles, ossia che finanziava più di quanto riceveva. Cade così una delle principali critiche spesso rivolte all’Europa; ossi di chiedere una somma superiore a quella restituita per la realizzazione delle politiche.

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Nel 2021, anno su cui è stata effettuata la ricognizione, l’Italia ha incassato 26,7 miliardi di euro a fronte 18,1 miliardi di euro versato. «A valori aggregati si registra un aumento di risorse pari a circa il 129,2% rispetto al 2020, in quest’ultimo anno le assegnazioni all’Italia avevano raggiunto la cifra di circa 11,661 miliardi di euro», specifica il dettagliato dossier elaborato dalla magistratura contabile italiana, evidenziato l’impatto di Ngue. Peraltro, secondo quanto si legge nel corposo documento, «desta alcuni elementi di preoccupazione» la «dinamica in termini di pagamenti», ossia i soldi che effettivamente la Pubblica amministrazione destina al saldo dei contratti per i progetti. E tutto «questo, malgrado il lieve miglioramento registrato nella loro percentuale (55% al 31 ottobre 2022, contro il 48 del 2021)».

Italie e Ue: le infrazioni ereditate e il Pnrr

Ma se il presente e il futuro assumono un aspetto in chiaroscuro, in questa direzione, restano i problemi relativi al passato. Su tutti spiccano le infrazioni europee, alcune delle quali sono costate delle sanzioni all’Italia per questioni ormai di vecchia data. Stando a quanto indicato, il settore con il maggior numero di infrazioni è quello ambientale, con 20 procedure aperte, almeno fino alla rilevazione. Sul tema peraltro, si registra il maggior numero di condanne al pagamento arrivate da Bruxelles all’Italia. Nel dettaglio su 6 sentenze di condanna della Corte di Giustizia, attualmente in corso di esecuzione, l’esatta a metà sono legate alla mancata attuazione di direttive dell’Unione europea in materia di ambiente.

Si tratta di quelle sulla gestione delle acque reflue, della messa in sicurezza di discariche e sullo smaltimento e recupero dei rifiuti. Vicende di 8 anni fa che ancora pesano sulle casse pubbliche italiane. Tanto per rendere l’idea, nell’ultimo decennio il governo di Roma ha dovuto saldare un totale di 828 milioni di euro per le condanne ricevute nel tempo. Non proprio bruscolini, visti i tempi.

Ue: l’impiego dei fondi strutturali Pnrr

E se il Pnrr ha una data di scadenza, la questione della capacità di spesa investe i cosiddetti fondi strutturali, che finanziano progetti in vari ambiti. Il focus è tuttavia concertato su agricoltura e pesca. Comparti su cui le Regioni sono spesso in ritardo con la conseguenza di non impiegare le dotazioni. Un aspetto che, comunque, secondo la relazione della magistratura contabile risulta in miglioramento. Peraltro il quadro complessivo risente, inevitabilmente, degli effetti pandemici. Nel 2021, per esempio, la diffusione del Covid-19 ha richiesto una riprogrammazione della spesa dei fondi per contrastare gli effetti sul settore sanitario, sociale ed economico.

«Se, da un lato, l’emergenza e le restrizioni hanno comportato un rallentamento nelle erogazioni, portando anche alla cancellazione o al ridimensionamento di alcune iniziative, dall’altro lato la normativa emergenziale ha introdotto nuovi spazi di flessibilità, sia a livello comunitario, che nazionale», rileva comunque la relazione. Molti fondi non impiegati sono stati dirottati sull’acquisto di dispositivi di protezione individuale, in particolare le mascherine, o sul supporto ai settori maggiormente toccati dalla pandemia.

Ue e Italia: faro sulle frodi

C’è poi il capitolo del mancato rispetto delle norme, proprio in merito ai fondi strutturali. La Corte dei Conti circostanzia così i dati: «Sul fronte delle irregolarità e frodi, i 405 casi rilevati nel 2021 (aggiornati al giugno 2022) sono in lieve aumento sul 2020; con un importo complessivo (57,4 milioni di euro) per lo più riferito alle spese de-certificate (non incidenti cioè sul bilancio UE. Ma su quelli nazionale e/o regionali) e una prevalenza sulla politica agricola e sulla programmazione 2014-2020, rispetto a quella precedente, 2007-2013». Un faro acceso quindi sulla necessità di vigilare sulla gestione delle risorse. Anche alla luce del fatto che continueranno ad affluire nelle casse italiane fino al 2026. E la guardia non va certo abbassata.

Leggi la relazione della Corte dei Conti sul Pnrr