WeWorld: solo un uomo su due usa il congedo parentale. Il rapporto

WeWorld: solo un uomo su due usa il congedo parentale. Il report sul congedo di paternità e maternità mostra i problemi nella cura dei figli

Il congedo di paternità e maternità è stato recentemente riformato grazie all’intervento del Consiglio dei ministri e alle direttive europee. Eppure il report Papà, non mammo di WeWorld, onlus che lavora in Italia e all’estero per garantire i diritti delle comunità più vulnerabili – dimostra che solo sono pochi gli uomini che se ne avvalgono, riservando il carico mentale di gestione della prole alle donne.

Diversi tipi di congedo

Il congedo di maternità è rivolto alle lavoratrici dipendenti, ha una durata obbligatoria di cinque mesi ed è retribuito all’80%.

Quello di paternità dura invece dieci giorni obbligatori più uno facoltativo e ha una retribuzione piena al 100%. Il congedo parentale, infine, è rivolto a tutti i generi, finalizzato alla cura dei figli nei primi dodici anni della loro vita e può durate fino a 6 mesi. Si tratta però di una tipologia facoltativa e prevede un’indennità del 30% fino agli 8 anni dei figli. Diventa poi nulla sopra tale soglia d’età.

Una recente indagine di WeWorld e Ipsos, volta a indagare l’uso dei congedi e la conoscenza dei genitori di queste possibilità, rivela un dato di forte impatto. Solo un padre su due (53%) sostiene di aver usufruito del congedo parentale almeno una volta nella vita.

Una società che si basa sulla cura

“Le nostre società ed economie dipendono da sempre, e ancor più negli ultimi decenni, dal lavoro di cura, che si tratti di vere e proprie professioni (ad esempio nei servizi socio-sanitari o socio-assistenziali) o di quelle attività che afferiscono alla gestione della casa e della famiglia (cura di bambine e bambini, ma anche di persone anziane)” spiega il report di WeWorld.

“Per lungo tempo, il lavoro di cura è stato (e ancora rimane) sottopagato o non pagato e, per la grandissima parte, appannaggio delle donne al punto che, nel mondo, queste svolgono dalle tre alle dieci volte più lavoro di cura non pagato degli uomini”. Si parla infatti del 76,2% del lavoro di cura non retribuito che pesa sulle spalle delle donne.

“Quali sono, dunque, gli strumenti necessari per raggiungere una più equa partecipazione degli uomini nei compiti di cura, e come si può trasformare una società che finora si è dimostrata non-curante dei bisogni delle donne in una società che si prende cura in maniera condivisa?” si chiede WeWorld.

Tra le misure c’è naturalmente il potenziamento dei congedi di paternità e parentali. L’onlus propone infatti di estendere il primo a 3 mesi e favorire l’accesso degli uomini al secondo non rendendolo trasferibile da un genitore all’altro.

Conseguenze sull’impiego femminile

L’attuale situazione dei congedi parentali è problematica. Lo dimostra il sondaggio a campione inserito nel report. Solo un genitore su quattro conosce il reale funzionamento di questa possibilità di cura e accudimento dei figli.

Ci sono poi delle forti conseguenze sull’impiego femminile.

“La quota di donne che hanno lasciato il lavoro dopo la nascita dei figli/e è 5 volte superiore rispetto a quella degli uomini. 25% contro 5%” si legge nel report. Parallelamente un padre lavoratore su quattro dichiara di non aver voluto usufruire del congedo di paternità. Quando entrambi i genitori lavorano e sono di genere diverso, “le madri utilizzano il congedo parentale in misura maggiore o esclusiva in 6 casi su 10.

I padri in poco più di 1 caso su 10”.

Un problema sistemico

È significativo che tra le motivazioni dichiarate sul principale uso del congedo da parte della madre le risposte principali siano “per il padre era troppo complicato assentarsi dal lavoro”, “non era chiaro che il padre potesse prendere il congedo parentale alle stesse condizioni della madre” e “lo stipendio della madre era/è minore di quello del padre”.

Tutto ciò è indice di un sistema economico che non agevola l’accesso paritario alla cura della prole, ma che la affida quasi direttamente alle donne.

In aggiunta la distribuzione disomogenea del congedo parentale, si basa sull’assunto che le famiglie siano ascrivibili al modello eteronormato, formate cioè da una madre e da un padre.

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