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Trump, altro che buen retiro: è ancora lui a dettare la linea ai Repubblicani Usa

L'ex presidente Usa Donald Trump è ancora vivo e vegeto dopo l'uscita di scena dalla Casa Bianca. E i Repubblicani seguono ancora la sua scia

L’ex presidente americano Donald Trump è ancora vivo e vegeto, sebbene sparito dai radar dei media europei, soprattutto italiani. Il tycoon di New York è uscito dalla Casa Bianca a inizio anno facendo rumore come nessun altro presidente prima di lui, continuando a denunciare brogli nelle elezioni vinte dal democratico Joe Biden e sgattaiolando via da Washington la mattina dell’insediamento del suo successore. Era il 20 gennaio 2021. Da allora Trump ha fatto della sua residenza di Mar-a-Lago, in Florida, il nuovo quartier generale del suo entourage. Tuttavia, non si tratta in alcun modo del buen retiro di chi sa di essere arrivato a fine corsa. Al contrario, le sorti dell’ex presidente sono ancora saldamente intrecciate a quelle del Partito repubblicano e, di conseguenza, dell’intero Paese.

Trump sempre al centro degli interessi della stampa Usa

La stampa statunitense, al contrario di quella nostrana, continua a parlare di Trump e di quello che lo riguarda in maniera costante, soprattutto in relazione ai fatti del 6 gennaio. La sera dell’Epifania, com’è noto, un gruppo di facinorosi convinti che Biden avesse “rubato le elezioni” del 2 novembre 2020, fece irruzione al Campidoglio di Washington. L’obiettivo di quella che i giornali americani definiscono mob – marmaglia – era di interrompere la certificazione del voto da parte del Congresso, ultimo step necessario a legittimare la vittoria di Biden. Le immagini dell’insurrezione, come quelle dello “sciamano” Jake Angeli, fecero il giro del mondo. Trump è stato anche sottoposto a impeachment per quanto accaduto, ma i repubblicani al Senato hanno bloccato l’operazione, tanto più che in molti si chiedevano che senso avesse mettere in stato d’accusa un presidente non più in carica. Lo stesso Biden, ormai insediatosi alla Casa Bianca, è sempre stato piuttosto tiepido nei confronti della vicenda, tentando di lasciarsi alle spalle gli strascichi del 6 gennaio in nome di quell’unità nazionale che è stata la parola d’ordine della sua amministrazione sin dal suo discorso d’insediamento.

Commissione d’inchiesta sui fatti di Capitol Hill

Il Congresso, però, la pensa diversamente. I democratici – che controllano la Camera ma al Senato detengono la maggioranza solo grazie al voto decisivo della vicepresidente Kamala Harris – hanno spinto per creare una commissione d’inchiesta bipartisan in grado di determinare se Trump abbia avuto responsabilità in quanto accaduto a Capitol Hill. Ci si chiede se i suoi interventi pubblici – in cui rilanciava a ogni piè sospinto le accuse di brogli – e la sua catena di comando abbiano influito sugli eventi del Campidoglio. Molti dei legislatori, come la presidente della Camera Nancy Pelosi, hanno ripetuto più volte di essersi sentiti in grande pericolo durante la rivolta, che rappresenta – a lor dire – un vulnus ancora non sanato nella democrazia americana. E’ comprensibile quindi che la commissione d’inchiesta tiri dritto, coinvolgendo anche esponenti anti-Trump del partito repubblicano come Liz Cheney (figlia di Dick Cheney, vicepresidente sotto George W. Bush).

L’ostruzionismo di Trump sui lavori della commissione

Nell’ultimo mese, la commissione ha chiamato a testimoniare il gotha del mondo trumpiano, compreso lo stratega sovrano-populista Steve Bannon, incriminato per oltraggio al Congresso dopo che ha deciso di non presentarsi e arrestato il 15 novembre. Chiamata in causa anche Kayleigh McEnany, portavoce della Casa Bianca durante l’amministrazione Trump. Convocati anche Nicholas Luna, assistente personale dell’ex presidente, Ben Williamson, vice assistente del presidente e consigliere senior dell’allora capo dello staff Mark Meadows. La commissione, secondo quanto riportato dalla Cnn, punta anche su alcuni soggetti vicini all’ex vicepresidente Mike Pence. Spettava a lui, secondo la vulgata trumpiana dei brogli, bloccare la certificazione del voto in quel fatidico 6 gennaio, considerato che negli USA il vicecapo di Stato è anche presidente del Senato. E’ probabile, quindi, che gli uomini e le donne vicini a Pence abbiano parecchio da dire su quelle ore dense di avvenimenti. Trump, dal canto suo, sta facendo il possibile per ritardare i lavori della commissione, in particolar modo la consegna di documenti interni alla Casa Bianca richiesti dai legislatori. Un po’ attraverso ricorsi per vizi di forma, un po’ sfruttando parte dei privilegi esecutivi concessi agli ex presidenti.

Il tycoon esercita la sua presa sul Partito repubblicano

Al netto dell’inchiesta, però, Trump sicuramente esercita ancora una presa molto forte sul Partito repubblicano, banalmente perchè è l’unico a portare consensi a suon di propaganda. Basti pensare che la già citata Liz Cheney – vicepresidente della commissione d’inchiesta sul 6 gennaio – è stata silurata da numero tre del partito alla Camera proprio per le sue posizioni anti-Trump.

A ottobre, inoltre, i senatori del GOP hanno bocciato un vasto progetto di riforma volto a contrastare alcune regole elettorali adottate in Stati a guida repubblicana – tra cui Texas e Georgia – considerate dai Dem come “restrittive del diritto di voto” e lesive, in modo particolare, delle minoranze. Si va dalle limitazioni al voto per posta alla possibilità per rappresentanti di partito di “pattugliare” i seggi, passando per operazioni di riconoscimento più complesse fino a restrizioni dei drive thru (che permettono di esprimere il voto restando seduti in auto). Si tratta, non a caso, delle stesse pratiche su cui Trump basava le sue accuse di brogli contro Biden. Pertanto, non solo le posizioni di Trump guidano l’iniziativa politica a livello locale, ma anche i legislatori federali restano saldamente nella sua scia.

Consensi di Biden in caduta libera. E nel 2024…

Biden, dal canto suo, cerca di rimediare all’emorragia di consensi iniziata con il rovinoso ritiro agostano dall’Afghanistan. Il suo gradimento personale, stando a sondaggi condotti da media progressisti come il Washington Post, è calato di 11 punti percentuali rispetto alla scorsa primavera. Oggi, con le elezioni di medio termine del 2022 che si avvicinano a grandi falcate, solo il 41% degli americani approva l’operato dell’ex vice di Barack Obama. L’economia, poi, fa molta paura. Nonostante l’approvazione del piano sulle infrastrutture da 1.200 miliardi e i miglioramenti sul fronte occupazionale, l’inflazione continua a galoppare. I media conservatori come Fox News e Washington Times tracciano quadri a tinte fosche, parlando di  “scenari da Venezuela” e di corsa agli scaffali entro qualche mese. Se Biden non raggiungerà la ripresa economica con i suoi piani di spesa – e soprattutto se non sarà in grado di “vendere al meglio” i risultati ottenuti – non è da escludere che le midterm possano arridere ai conservatori. Il passo successivo, poi, potrebbe essere quello delle presidenziali 2024. Trump avrà allora 78 anni d’età, la stessa di Biden quando ha ottenuto le chiavi della Casa Bianca.