Quirinale, il kingmaker questa volta non siede in Vaticano

La Santa Sede non sembra intenzionata ad interferire nei giochi per la Presidenza della Repubblica. In passato non era così...

“Per farsi fare presidente della Repubblica in Italia bisogna accattivarsi la benevolenza della Chiesa”, scrisse una volta il giornalista Vittorio Gorresio, notista politico e capo della redazione de La Stampa negli anni Cinquanta. Ma oggi: c’è un candidato nella corsa al Quirinale per il quale il Vaticano si sta spendendo? Sembrerebbe di no. Un indizio potrebbe essere quello della nomina di Mario Draghi nella Pontificia Accademia di Scienze Sociali fatta da Papa Francesco prima ancora che l’ex presidente della Bce fosse chiamato a Palazzo Chigi da Sergio Mattarella.

Troppo poco, però, per pensare e dire che le alte sfere ecclesiastiche stiano partecipando alle trame per il prossimo inquilino di quella che era stata la residenza papale prima dello sfratto ad opera dei Savoia.

Il Vaticano guarda da lontano alla sfida per il Colle

Dicono che stavolta il Vaticano guardi da lontano, senza interferire nei giochi per la Presidenza della Repubblica, e che questo atteggiamento sia in realtà cominciato da quando sul trono di Pietro hanno cominciato a sedere pontefici non italiani.

Gli ultimi papi italiani, infatti, sono stati Paolo VI e Giovanni Paolo I, il cui magistero durò appena 33 giorni. Ma c’è un altro elemento che ha contribuito al cambio di rotta: non esiste più un partito come era un tempo la Democrazia cristiana, che era l’interlocutore privilegiato di Oltretevere, nel quale i valori cattolici erano inseriti direttamente nel “marchio di fabbrica”. Gridare da un palco di essere italiana e cristiana o fare sfoggio di una collezione di rosari non basta evidentemente per proporsi come interlocutori privilegiati, viste anche le dure prese di posizione di Bergoglio sui migranti lasciati morire in mare, che sono invece il punto della pancia degli italiani dove i primi più amano premere.

Anche se questo non vuol dire che il Papa Francesco abbia sposato la causa di un candidato diverso da quello sul quale convergeranno i voti del centrodestra, quando si capirà cosa vuole fare Berlusconi e, soprattutto, cosa vogliono fare di lui gli alleati.

Quando papa Montini fermò la nomina di Fanfani

C’è stato un tempo, però, quando l’interferenza del Vaticano si è fatta sentire, anche con mano pesante, per chi dovesse diventare il massimo rappresentante della Repubblica Italiana.

A farne le spese nel 1964 fu il democristiano Amintore Fanfani, costretto a ritirarsi perché la Santa Sede gli preferì il socialdemocratico e ateo ex partigiano Giuseppe Saragat. “Un anno prima”, scrive nel suo libro “Il presidente” il direttore dell’Espresso Marco Damilano, “era stato eletto Giovan Battista Montini, da molti considerato il vero capo della Dc. Il papa assisteva alle elezioni in tv ed era turbato dal manifestarsi nell’aula di Montecitorio delle Democrazie cristiane, tanti partiti in uno senza possibilità di incontro.

Un pezzo votava per Leone, un altro per Fanfani”.

Nell’attico di via Platone 15 (l’appartamento dove Fanfani abitava e che, tragico scherzo del destino, sarebbe andato a fuoco nel 1999 con l’anziano leader ormai ultranovantenne e sulla sedia a rotelle, salvato dalle badanti, ndr), come ricostruì all’epoca il giornalista francese Jacques Nobecourt, corrispondente da Roma di “Le Monde”, «arrivò prima Angelo Dell’Acqua, sostituto della Segreteria di stato vaticana, poi il segretario particolare del Papa monsignor Macchi, infine l’assistente generale dell’Azione cattolica Franco Costa.

Esasperato, l’impulsivo Fanfani rispose: “Riferisca a chi la manda che se lui continua a pretendere di insegnare a me come regolarmi in queste faccende verrò tra breve a prendere la parola in concilio per insegnargli come si deve dire messa”».

Il giorno dopo il fuoco amico arrivò direttamente dalle colonne dell’Osservatore romano, il giornale della Santa Sede, che con un editoriale intitolato “L’imperativo dell’unità” invitava a “rinunce personali”.

Fu poi il direttore del quotidiano a recapitare personalmente una lettera a Fanfani, che pensò a delle manovre della Segreteria di Stato vaticana, prima di sentirsi dire che quelle parole nella missiva (“Quassù si desidera vivamente una rinuncia generosa, per il bene maggiore”) erano state vergate direttamente da Paolo VI. Il politico aretino, dal carattere fumantino e pertanto ritenuto inaffidabile, si arrese e sul Colle salì Giuseppe Saragat.

Gronchi e Pio XII: la prima visita ufficiale in Vaticano

Il primo Presidente della Repubblica a fare una visita ufficiale in Vaticano (tra due capi di Stato) fu Giovanni Gronchi, eletto presidente il 29 aprile 1955 e primo capo dello Stato democristiano dopo i liberali Enrico De Nicola e Luigi Einaudi. Accadde il 9 dicembre dello stesso anno in cui venne eletto. Dinanzi a Pio XII, si inginocchiò per ricevere la benedizione apostolica. Prima di lui, come ha ricostruito Alessandro Acciavatti in “Oltretevere”, il libro edito da Piemme nel 2018 che ricostruisce «il rapporto tra i Pontefici e i Presidenti della Repubblica Italiana dal 1946 a oggi», erano stati i suoi due predecessori. Dovendo incontrare Pio XII, Enrico De Nicola si pose il problema di quante onorificenze dovesse appuntarsi al petto al cospetto del Pontefice. Optò per nessuna, in quanto gli erano state concesse da Casa Savoia e gli sembrava disdicevole esibirle da capo dell’Italia repubblicana. De Nicola chiese anche anche ai dignitari vaticani quante genuflessioni avrebbe dovuto compiere e l’ambasciatore lo rassicurò che sarebbe stato sufficiente un semplice cenno del capo. Il 15 dicembre del 1948, anno delle elezioni che il 18 aprile avevano diviso in due l’Italia, che avevano visto scendere apertamente in campo il Vaticano a fianco della Democrazia cristiana contro il “pericolo” socialcomunista del Fronte popolare, è Luigi Einaudi a incontrare Papa Pacelli.

Le amicizie tra Pertini e Wojtyla e tra Napolitano e Ratzinger

Saranno molto intensi negli anni a seguire i rapporti tra Presidenti della Repubblica e pontefici. Basti pensare al rapporto di amicizia che si instaurerà tra Karol Wojtyla e Sandro Pertini, fotografati insieme a sciare su una pista dell’Adamello, o quello tra l’ex comunista Giorgio Napolitano con Joseph Ratzinger, accomunati dalla passione per la musica classica con i concerti che il presidente annualmente offriva al Papa (l’ultimo regalo fatto da Napolitano a Benedetto XVI fu un libro tratto dalla sua biblioteca personale, una copia della prima edizione illustrata dei Promessi sposi del 1840). Per arrivare a quello tra Sergio Mattarella e Papa Francesco.

Quando è invece il papa a fare visita al Presidente

I Pontefici hanno sempre “ricambiato”. Il sito della Presidenza della Repubblica sintetizza così le visite dei Pontefici al Quirinale: “L’11 maggio 1963, Giovanni XXIII, primo Papa a fare visita alle autorità italiane dopo la nascita della Repubblica, incontrò il Presidente, Antonio Segni. L’anno successivo, l’11 gennaio 1964, Paolo VI fece visita allo stesso Antonio Segni e, il 21 marzo 1966, al Presidente Giuseppe Saragat. Seguì un altro lungo intervallo, fino al 2 giugno 1984, quando Giovanni Paolo II si recò in visita da Sandro Pertini, al quale fu legato anche da un’intensa amicizia personale, che produsse numerosi incontri, alcuni dei quali molto informali. Il 4 ottobre 1985, lo stesso Giovanni Paolo II si recò al Quirinale per incontrare Francesco Cossiga, e il 20 ottobre 1998, Oscar Luigi Scalfaro. Il 24 giugno 2005, Benedetto XVI incontrò al Quirinale il Presidente Carlo Azeglio Ciampi e il 4 ottobre 2008 incontrò il Presidente Giorgio Napolitano. Il 14 novembre 2013, Papa Francesco si recò al Quirinale per incontrare Giorgio Napolitano. Il Presidente Sergio Mattarella ha ricevuto al Quirinale Papa Francesco il 10 giugno 2017”.

Vaticano, due indizi per il post Mattarella

Ecco, Mattarella. Il segretario di Stato vaticano Pietro Parolin solo alcune settimane fa, a margine di un evento sulla sua successione ha detto: “La Santa Sede auspica un Presidente di discrezione, e Mattarella è stato in questo un maestro, e di fermezza, che sappia intervenire nei momenti giusti per dare gli input necessari per la vita politica del Paese”. Un secondo indizio. Manca giusto un terzo per avere una prova e capire a chi guarda il Vaticano.