Libia, due leader e un attentato che inguaiano l’Italia: “Rischio gas e petrolio”

Michela Mercuri: “L’equazione libica la conosciamo da undici anni: maggiore è l’instabilità più è a rischio l’estrazione degli idrocarburi”

L’Italia aveva puntato molto su Abdulhamid Dabaiba, il premier del Governo di unità nazionale libico (Gun) che doveva portare il Paese alle elezioni il 24 dicembre scorso. Nel giro di poche ore, a quasi due mesi dal rinvio di quella tornata elettorale, Dabaiba è stato fatto bersaglio da un attentato, da cui è uscito illeso, e la Camera dei rappresentanti di Tobruk ha affidato a Fathi Bashagha – uomo di Misurata, ex ministro dell’Interno considerato vicino alla Turchia – il compito di formare il nuovo esecutivo.

Sullo sfondo, le ripercussioni in campo energetico per il nostro Paese, già in grande difficoltà per le tensioni in Ucraina e il caro bollette. True News ne ha parlato con Michela Mercuri, docente universitaria ed esperta del tema.

Cosa ci dicono gli ultimi avvenimenti, chi rema contro la transizione?

“E’ chiaro che quello che è successo al premier di transizione Dabaiba, già inviso al presidente del parlamento di Tobruk – Aguila Saleh – come pure allo stesso Bashagha, delinea molto bene la forte spaccatura all’interno del Paese.

Acuita ancor più dal fatto che molti attori locali e milizie cercano di rendere sempre più complesso il percorso elettorale per mantenere le porzioni di territorio e di potere che hanno acquisito, ivi comprese quelle sui pozzi di petrolio che controllano. Perché qualora fosse eletto un nuovo leader, che diventerebbe il nuovo interlocutore anche per le questioni petrolifere, loro perderebbero il potere che ne deriva”.

Quali ripercussioni può avere una potenziale instabilità sul fronte energetico?

“L’equazione libica la conosciamo da undici anni: maggiore è l’instabilità più è a rischio l’estrazione degli idrocarburi.

Lo abbiamo visto nello scontro nello scontro fra il Governo di accordo nazionale presieduto da Fayyez al-Sarraj e l’esercito di Khalifa Haftar, iniziato il 4 aprile del 2019 e protrattosi per quasi un anno. Le milizie occupano i pozzi petroliferi per rivendicare il loro potere e il loro ruolo all’interno del territorio, la situazione si fa sempre più frammentata, le estrazioni diminuiscono. Basti pensare a quello che è successo nel 2020 con il blocco da parte delle milizie di Haftar dei giacimenti come El Fil, entrambi controllati in joint venture da Eni e Noc (la National Oil Company libica).

La situazione di potenziale instabilità non gioverà alla Libia, alla produzione di gas e petrolio e alle persone che nel settore ci lavorano. Basti pensare che recentemente l’ad di Eni, Claudio Descalzi, si è recato in Libia per discutere con Dabaiba accordi per la fornitura di nuove attrezzature per le energie rinnovabili, soprattutto nella regione meridionale del Fezzan dove manca l’elettricità”.

Cosa cambia ora con Bashagha?

“La nomina di Bashagha, uomo di Misurata, è sicuramente divisiva.

Soprattutto con Tripoli, dove non tutti in verità amavano Dabaiba. Ricordiamoci che Bashagha aveva incontrato autonomamente Haftar e che è stato scelto direttamente da Saleh, a Tobruk. Insomma, è difficile che metta tutti d’accordo”

Le relazioni dell’Italia con i due capo di governo libici

Attualmente la Libia si ritrova, almeno sulla carta, con due capi di governo. Da una parte il premier uscente Dabaiba, dall’altra il primo ministro incaricato Bashagha, che avrà il compito di traghettare il paese verso l’approvazione degli emendamenti costituzionali e alle elezioni presidenziali e parlamentari.

Il governo di Roma, come già detto, aveva puntato molto su Dabaiba, tanto che il presidente del Consiglio, Mario Draghi, aveva effettuato proprio in Libia il suo primo viaggio all’estero dopo aver ottenuto l’incarico. Il nuovo premier Bashagha, tuttavia, non è uno sconosciuto dalle nostre parti. Da ministro dell’Interno del defunto Governo di accordo nazionale (Gna) presieduto da Fayyez Al-Sarraj, Bashagha ha avuto contatti di alto livello con il nostro Paese, come quando – a febbraio 2020 – volò a Roma per incontrare “in campo neutro” l’ambasciatore statunitense in Tunisia, Donald Blome.

Agli attori internazionali, Italia compresa, spetta il compito di ricalibrare le interlocuzioni in Libia, per tutelare i propri interessi in campo energetico e non solo.