Quale atlantismo per l’Italia di Giorgia Meloni? Scarica il dossier di EconPol

Se l'atlantismo non è in discussione lo è, eccome, il tipo di legame che l'Italia potrà instaurare con la Cina

Perché questo articolo potrebbe interessarti? In politica estera il governo di Giorgia Meloni deve fare i conti con almeno due dossier scottanti. Se sulla Russia le posizioni dell’Italia proseguiranno nel solco tracciato dal precedente esecutivo Draghi – sostegno all’Ucraina e rafforzamento dell’alleanza Nato – resta da sciogliere il nodo Cina. Quale posizione prendere nei confronti di Pechino? Due le strade possibili: ancorarsi all’atlantismo duro e puro, avviando una sorta di muro contro muro, oppure allinearsi all’asse franco-tedesco, atlantista, certo, ma pragmatico.

Soprattutto in economia.

La scelta è quanto mai delicata. Basta dare un’occhiata ai dati per capire quanto l’economia italiana dipenda dal mondo cinese. Secondo l’Oec, nel 2020 l’Italia ha esportato in Cina 14,9 miliardi di dollari. Negli ultimi 25 anni, poi, l’export del Made in Italy oltre la Muraglia è aumentato ad un tasso annualizzato del 6,82%, passando dai 2,86 miliardi di dollari del 1995, appunto, ai 14,9 miliardi del 2020.

È impossibile, insomma, paragonare il peso di Pechino a quello di Mosca. Sempre nel 2020, infatti, l’Italia ha esportato in Russia appena 7,71 miliardi di dollari, ovvero meno della meta rispetto all’export diretto in Cina.

Il bivio dell’Italia

Se l’atlantismo non è in discussione lo è, eccome, il tipo di legame che l’Italia potrà instaurare con la Cina, seconda economia mondiale alle spalle degli Stati Uniti. Anche perché, giusto per fare un confronto, Germania e Francia, pur restando saldamente ancorati ai valori dell’Occidente e della Nato, non hanno lesinato dal fare affari con il Dragone.

E questo nonostante le enormi differenze valoriali e politiche. Prendendo come riferimento sempre il 2020, La Germania ha esportato in Cina merci per un valore di 106 miliardi di dollari. I principali prodotti esportati da Berlino sono automobili (16,7 miliardi di dollari), veicoli a motore, parti e accessori vari (10,5 miliardi) e farmaci confezionati (3,19 miliardi). La Francia di Emmanuel Macron ha esportato nel mercato cinese 19,6 miliardi di dollari.

In cima alla lista di Parigi troviamo aerei, elicotteri e/o veicoli spaziali (1,83 miliardi) e prodotti di bellezza (1,46 miliardi).

L’Italia avrebbe tutto l’interesse e il potenziale per incrementare le proprie esportazioni in Cina restando fedele alla causa Nato. Del resto come hanno fatto e continuano a fare Germania e Francia. Non è un caso che il cancelliere tedesco, Olaf Scholz, abbia pianificato una visita ufficiale a Pechino per l’inizio di novembre.

Non c’è ancora una data ufficiale ma la conferma è arrivata dal portavoce di Scholz, Steffen Hebestreit. Ad una domanda sui nuovi poteri del presidente Xi Jinping, e sull’atteggiamento tedesco a riguardo, Hebestreit è stato chiaro. Per la Germania “la democrazia è la miglior forma di governo, ma si prende atto che non è cosi in tutti i paesi del mondo”, ha risposto.

La posizione di Meloni

Il nuovo governo italiano, almeno fino a questo momento, ha usato ben poco pragmatismo.

Lasciando intendere di voler adottare un approccio ben diverso dal modus operandi franco-tedesco. I primi segnali lanciati da Giorgia Meloni vanno nella direzione di un totale allontanamento dell’Italia dalla Cina, con possibili conseguenze nelle relazioni economiche. A metà settembre, prima del voto, Meloni ha rilasciato un’intervista all’agenzia di stampa taiwanese Central News Agency. La leader di FdI spiegava che, in caso di vittoria del centrodestra alle elezioni, la questione di Taiwan sarebbe diventata “fondamentale”.

La nuova premier aveva quindi criticato Pechino per il “comportamento inaccettabile” tenuto verso l’isola e definito un “grosso errore” l’adesione italiana alla Nuova Via della Seta, mettendo il dubbio il rinnovo del protocollo d’intesa con la Cina qualora fosse salita a Palazzo Chigi. Archiviata la corsa elettorale con una secca vittoria, Meloni ha lanciato un altro segnale, sottile e indiretto, all’indirizzo di Pechino. Sul profilo Twitter della premier, tra i vari messaggi di congratulazioni ricevuti per la vittoria alle elezioni, c’era anche quello del Dalai Lama. La risposta di Meloni non è mancata: “Sono onorata del messaggio di affetto che il Dalai Lama ha voluto trasmettere a me e al Governo. Colgo questa occasione per rinnovargli il nostro sentimento di amicizia”.

Pragmatismo o muro contro muro?

Meloni ha legittimamente scelto di toccare due nervi scoperti della Cina: Taiwan e il Dalai Lama. Il punto è che, così facendo, l’Italia rischia di bruciare ricche quote di mercato cinese. E quel che è peggio, lasciando ampie praterie a Francia, Germania e, in generale, a tutti gli altri governi europei (e non) che decideranno di relazionarsi con Pechino a colpi di pragmatismo. Macron e Scholz, ovviamente, non abbracciano né condividono i valori e la politica del Dragone. Sono, al contrario, due paladini dell’europeismo e dell’atlantismo desiderosi di approfondire i legami economici con la Cina per il bene dei rispettivi Paesi.

Scholz, in procinto di approdare in Cina, ha le sue ragioni per evitare il muro contro muro diretto. Nel 2021 la Cina, si legge nel report German-Chinese Trade Relations: How Dependent is the German Economy on China?, è stato il più grande partner commerciale della Germania per il commercio di merci e contabilizzata. Precisamente per il 9,5% del commercio di merci tedesche. Non solo: come mercato di destinazione, l’importanza della Cina per la Germania è relativamente alta rispetto agli altri paesi europei del G-20. Il 2,7% del valore aggiunto totale tedesco dipende dalla domanda cinese. La Francia, invece, esporta invece l’1,7% del suo valore interno aggiunto direttamente e indirettamente alla Cina. È per questo, dunque, che Macron e Scholz hanno evitato il muro contro muro in favore di tanto pragmatismo. Senza tuttavia rinnegare i valori dell’atlantismo. Meloni quale strada sceglierà di percorrere?ù

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