Mimmo Lucano, la dura verità processuale sul “keynesismo dell’accoglienza”

“Modello predatorio fondato su cupidigia e avidità”. Le 900 pagine della sentenza di Locri al microscopio. Scarica le carte dell'inchiesta

Mimmo Lucano, intercettato, la chiamava “un’economia della speranza”. Il Tribunale di Locri, invece, ci è andato giù un bel po’ più pesante. Nelle 900 durissime pagine di motivazioni della sentenza che ha condannato l’ex sindaco di Riace a 13 anni e due mesi di carcere (e 700mila euro di risarcimento), oggetto di discussione sui giornali nelle ultime 48 ore ma di rado riportate per esteso, si legge di “sovrafatturazione e fatturazioni inesistenti” mentre “Lucano e i suoi collaboratori hanno condiviso una logica predatoria delle risorse pubbliche” asservendole “ai loro appetiti di natura personale, spesso declinati in chiave politica, e soddisfatti strumentalizzando a loro vantaggio il sistema di accoglienza dei migranti che è diventato un comodo paravento dietro cui occultare le vistose sottrazioni di denaro pubblico che essi attuavano per fini esclusivamente individuali”.

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La linea della difesa: persecuzione politica contro un modello di solidarietà

Il collegio composto dal Presidente Fulvio Accurso e dai giudici Cristina Foti e Rosario Sobbrio, nella sua ricostruzione dei fatti occorsi in oltre tre anni (fra il 2014-2017), fa anche riferimento all’atteggiamento tenuto dalla Difesa di Lucano. Se da una parte l’ex sindaco a processo ha voluto solo rilasciare dichiarazioni spontanee senza rispondere alle domande degli inquirenti sulle decine di singole contestazioni che riguardano fatture, determine del Comune di Riace, intercettazioni, documenti e relazione del Ministero dell’Interno, dall’altra gli avvocati di Lucano – Giuliano Pisapia e Giuseppe Daqua – hanno impostato tutta la linea difensiva con quella che viene definita una “visione da lontano”.

Che “ha cercato a più riprese di sorvolare sulla pregnante e inequivoca conducenza dei documenti e delle intercettazioni” per “accreditare una lettura delle prove che fosse del tutto esterna al procedimento, facendo leva su una sorta di persecuzione politica […] finalizzata ad azzerare il sistema di integrazione ed accoglienza dallo stesso faticosamente creato a Riace con un modello di civiltà, solidarietà e umanità”.

I giudici: “Il processo ha consegnato un’altra visione delle cose”

“D’altro canto – scrivono i giudici – il processo ha consegnato un’altra visione delle cose”. Le prove “viste da vicino” e cioè “senza l’uso di lenti deformanti” fanno emergere un “quadro per nulla rassicurante e a tinte fosche” che “non ha neppure sfiorato la tematica dell’integrazione virtuosa e solidale che nei primi anni veniva senz’altro praticata su quel territorio” per “dare dignità a uomini e donne venuti da terre remote, cercando di alleviare i loro percorsi di vita fatti di stenti e dolore”.

Secondo i magistrati al contrario a Riace c’erano “meccanismi illeciti e perversi, fondati sulla cupidigia e sull’avidità, che ad un certo punto hanno cominciato a manifestarsi in modo prepotente in quei luoghi e si sono tradotti in forme di vero e proprio ‘arrembaggio’ ai cospicui finanziamenti che arrivavano a quel paesino che per anni è stato economicamente depresso, tanto da tradursi in una sottrazione sistematica di risorse statuali e della Comunità Europea che pure erano destinate a favore di quelle persone più deboli”.

Persone deboli “del cui benessere e della cui integrazione, però, nessuno si interessava più, se non in forma residuale e strumentale, dal momento che un maggior numero di stranieri sul territorio avrebbe comportato un aumento degli importi che lo Stato avrebbe corrisposto per il loro sostentamento, così alimentando gli appetiti di chi poteva fare incetta di quelle somme senza alcuna forma di pudore”.

Una lunga serie di evidenze

Che piaccia o non piaccia, è questa la “verità processuale” su Mimmo Lucano, almeno in primo grado quando è certo che si celebrerà almeno il processo d’Appello e che l’ex sindaco e i suoi legali contestano tutto l’impianto della monumentale sentenza.

Che, per amore di cronaca, si basa su una serie infinita di evidenze che proviamo qui sistematicamente a riportare: la Guardia di Finanza ha stimato in 2,3 milioni di euro le risorse finanziarie in surplus affluite a Riace con il meccanismo dei migranti “lungosoggiornanti” o “lungopermanenti”, ovvero gli stranieri che avevano perso il diritto ad essere ospitati in strutture comunali o della Prefettura e invece continuavano a rimanere sul territorio.

Secondo le Fiamme Gialle, a seconda dei periodi considerati, una percentuale variabile fra il 45-55% dei migranti presenti (e di conseguenza rendicontati) non avrebbero avuto le carte in regola per essere lì. Dove sarebbero andati a finire senza Riace? È il nodo politico dell’intera questione che il Tribunale decide di non affrontare, perché non è il suo compito.

Lucano intercettato: “Devo seguire una mission, abbiamo bisogno di numeri”

Mimmo Lucano lo spiega, inconsapevolmente, in un’intercettazione. Per lui la sopra citata “economia della speranza”, solo per fare un esempio, è quella che lo porta a decidere di accogliere a Riace una donna con quattro figli fra cui una bambina down, dopo averli raccolti alla stazione di Roccella Ionica, fornendogli una casa e da mangiare perché altrimenti “sarebbe morta nell’indifferenza degli esseri umani”. Che cos’è questa famiglia per il sistema d’accoglienza italiano, per lo Stato e per il Viminale che lo finanzia seguendo stringenti regole, leggi e protocolli? “Non è Sprar e non è Cas – si risponde lo stesso ex sindaco nelle conversazioni intercettate, facendo riferimento alle vecchie sigle dei due “binari” dell’accoglienza in Italia – non lo so che cos’è” dice. “È una famiglia che è qua. Dopo di che un’altra famiglia, un’altra donna con tre figli, la stessa musica. Un’altra donna con un altro bambino, la stessa musica. I lungo permanenti li stiamo facendo rimanere… li cacciamo dal progetto no? Li facciamo rimanere e li facciamo lavorare sempre nell’ambito di questi 35 euro, ci facciamo il conto e i soldi bastano. Riace non parla, perché tanto sono tutti impiegati. Lo faccio apposta io per aumentare il numero delle persone che rimangono. Quindi devo seguire una mission e abbiamo bisogno di numeri”.

Il keynesismo dell’accoglienza di Riace

Fuori quindi dalla “verità processuale”, quello che Lucano, i suoi collaboratori e una rete di associazioni sempre legate a lui e all’amministrazione comunale (di cui era sindaco da tre mandati) avevano messo in piedi a Riace era una sorta di keynesismo dell’accoglienza. Soldi pubblici spesi per rivitalizzare il tessuto socio-economico di Riace utilizzando l’accoglienza come leva economica, commerciale, turistica e culturale. Viene fatto ignorando, o quasi, qualsiasi regola e protocollo statale e ministeriale, come a lasciar supporre che il fine giustifichi in ogni caso i mezzi.

I pocket money sostituiti dalla “moneta di Riace”

Tra questi “mezzi” raccolti nelle carte dell’inchiesta ci sono: banche dati totalmente mancanti, come anche i dati e le piantine catastali degli immobili utilizzati per l’accoglienza; sovrafatturazioni o fatture per operazioni inesistenti; ritardi nei pagamenti degli stipendi degli operatori delle onlus e delle associazioni che vanno dai 7 ai 18 mesi di tempo; i pocket money – la cifra pari generalmente a 2,50 euro al giorno che va distribuita in contanti a migranti e richiedenti asilo – che vengono invece sostituiti dalla cosiddetta “moneta di Riace”: una sorta di valuta complementare avente corso legale solo a Riace in alcuni esercizi commerciali. Nei fatti un certificato di credito, una cambiale, un “bonus sociale” lo definiscono le motivazioni della sentenza.

“Fondi per nulla investiti in accoglienza e integrazione ma per interessi propri”

Questo tipo di comportamenti – a decine inclusi nelle carte dei magistrati – il collegio che ha giudicato Mimmo Lucano li qualifica con parole pesanti: “Utilizzano liberamente le somme che venivano erogate per i progetti Sprar, Cas e Msna (Minori stranieri non accompagnati, NdR) come fossero proprie – si legge nelle pagine della sentenza – le destinavano per l’acquisto di beni che non avevano alcuna connessione con le finalità per le quali quegli importi sono stati erogati”. Ancora: “Per nulla investiti per l’accoglienza e per l’integrazione dei migranti (come avrebbe dovuto essere) ma semplicemente impiegati o per interessi propri (tra cui figurano numerosi e costosi viaggi all’estero o l’acquisto di beni di arredo per le rispettive abitazioni) o anche per valorizzare il territorio di Riace, a cui era soprattutto interessato Domenico Lucano” che ne “riceveva infatti un forte ritorno di immagine da capitalizzare a livello politico che veniva attuato sia mediante l’acquisto di beni strumentali per la realizzazione di un frantoio (intestato all’associazione Città Futura) sia rimodernando in modo lussuoso numerose case”.

La ristrutturazione della casa della compagna di Lucano

Fra cui quella della compagna di Mimmo Lucano, Lemlem Tesfahun, ma anche altri immobili intestati alle associazioni no profit di Riace per trasformarli in bed & breakfast e realizzare formule di “turismo dell’accoglienza”. Infine, finanziando grossi e importanti concerti estivi con ospiti di fama nazionale e internazionale per generare un ritorno economico a Riace ma il tutto “senza alcuna autorizzazione da parte dello Stato (tanto che nel processo si costituisce parte civile addirittura la SIAE, ndr) e senza alcun beneficio a favore dei migranti di cui veniva solo strumentalizzata la presenza sul territorio generando benefici invertiti” e “sfruttando la falsa retorica della realizzazione dell’interesse pubblico” che invece “veniva costantemente umiliato dalle condotte predatorie alimentate dagli appetiti più svariati e da plurime ambizioni private, spesso declinate in chiave politica”.

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