Andrea De Benedetti: “Lo schwa mi pare assai poco inclusivo”

Su True-News.it un confronto tra opinionisti e intellettuali per capire se davvero, in questo periodo storico, non si possa dire più niente.

Soprattutto nel dibattito online lo scontro si accende quando si parla di cancel culture e politicamente corretto. Alcuni temi sono sempre più sensibili, ma davvero non si può più dire niente? Su True-News.it un confronto tra opinionisti e intellettuali per capire se davvero, in questo periodo storico, non si possa dire più niente. Dopo Giulio Meotti e Lorenzo Gasparrini, ci siamo confrontati con Andrea De Benedetti, linguista e autore di Così non schwa.

Com’è stato accolto Così non schwa nella tua bolla?

Credo che la mia sia una bolla abbastanza eterogenea composta per lo più di persone ascrivibili all’area progressista. Di queste alcune hanno letto il mio libro e l’hanno apprezzato.

Altre, sui social, lo hanno criticato aspramente, ma a giudicare dalle argomentazioni non l’avevano letto. Di fatto non sono andate oltre la copertina e la dedica. Non hanno digerito l’espressione “ricatto morale” e la dedica “A tutti”.

Che era una piccola provocazione, in effetti, ma non è certo un insulto. Dal mio punto di vista, anzi, tutti è il pronome più inclusivo e più efficace che abbiamo a disposizione nell’italiano.

Queste critiche sono mosse dal mio stesso mondo, da persone che conosco e che conoscono il mio lavoro. Per me è una conferma che questo libro andava scritto. Non è vero che non si può più dire niente ma è vero che in certe bolle non si possono dire certe cose senza essere etichettati, spesso ingiustamente, come persone non inclusive.

All’interno di queste bolle c’è un gruppo che si è autoassegnato una sorta di primato morale, dall’alto del quale attribuisce qualifiche come transfobico e antifemminista a chi non è allineato a un certo pensiero pur essendo progressista e inclusivo.

L’espressione “linguaggio inclusivo” ha dei limiti?

La definizione stessa di linguaggio inclusivo e di inclusione è un limite, perché indica un processo in cui qualcuno include e qualcuno è incluso. Quindi si instaura una relazione di tipo gerarchico.

Inoltre, nel momento in cui, ad esempio, un’azienda adotta pratiche inclusive, per chi lo sta facendo? Per le persone che vanno incluse o per assegnarsi il titolo di inclusiva?

Quando si parla di linguaggio inclusivo, lo deve essere per davvero. Lo schwa, ad esempio, mi pare assai poco inclusivo. Utilizzarlo su ampia scala significa reintrodurre il genere neutro e quindi complicare sensibilmente il sistema della morfologia italiana. Questo non considera, ad esempio, chi ha un accesso limitato alla lingua italiana, a cominciare dagli stranieri, per i quali l’acquisizione del genere grammaticale è una forte barriera di accesso alla lingua italiana.

Con lo schwa si escludono più persone di quelle che verrebbero incluse.

L’altra questione riguarda il significato di diritto. Le persone non binarie dovrebbero avere tutti i diritti delle persone binarie. Stabilire un diritto linguistico però scatena un cortocircuito, perché porta a imporre un uso linguistico. Dove questi diritti linguistici vengono istituiti – come in alcune università americane – si va a intaccare la libertà di espressione.

Inoltre parlare di diritto linguistico implica sostenere che ci sono persone che hanno già questo diritto.

Però che la propria identità corrisponda al genere grammaticale maschile o femminile non è un diritto, è una convenzione. Oggi quando usiamo il maschile non marcato non stiamo legittimando un sistema patriarcale: stiamo rispettando una convenzione.

Il maschile sovraesteso è accusato però di generare una scarsa rappresentazione del genere femminile. Usarlo non è una convenzione di matrice patriarcale?

Il punto centrale non sono le parole ma i ruoli, che tendiamo ad associare ai maschi.

L’obiettivo allora dovrebbe essere aumentare la rappresentazione nello spazio pubblico. La sottorappresentazione linguistica non ha nessun effetto pratico, ad esempio, nell’accesso alle professioni. Vediamo il caso di “medica”: è uno dei termini professionali femminili meno usati eppure le donne hanno un accesso sempre maggiore e addirittura prevalente al mondo medico sanitario rispetto agli uomini.

Nel saggio si legge “la lingua può creare mondi ma le diseguaglianze risiedono essenzialmente nelle cose”. Qual è allora il peso della lingua nella battaglia per i diritti?

La lingua ha un peso minore rispetto a quello che i linguisti e le persone sensibili a questi temi vogliono sostenere. Ciò non significa che la lingua non abbia un impatto sulle cose, ma non sono le parole singole o le desinenze a contare. Sono le associazioni dei termini agli stereotipi. Questo è un problema importante e anche più difficile da risolvere rispetto a delle questioni di tipo morfologico. Sono questioni che investono fortemente la nostra cultura. Tutto il lavoro che si fa per i diritti rischia di essere vanificato, a mio giudizio, da battaglie clamorosamente sovradimensionate rispetto alla posta in palio che alimenta il pregiudizio di coloro secondo cui “non si può più dire niente”.