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Quegli errori in Libia costati caro all’Italia

Migranti

Perché questo articolo potrebbe interessarti? In Libia l’Italia prova a mediare e prova a guardare da una posizione di primo piano le ultime vicende riguardanti il Paese nordafricano. Il problema però è che, soprattutto sull’immigrazione, Roma deve scontare l’onda lunga di errori strategici commessi negli ultimi decenni. Lo sostiene anche l’analista e docente Michela Mercuri

L’estate avanza e, con essa, corre anche la preoccupazione di assistere a una nuova impennata degli sbarchi in Italia. Il mese di maggio ha rappresentato in tal senso un’autentica boccata di ossigeno: per la prima volta, dopo tanti mesi, il numero di migranti arrivati dalla Libia e dalla Tunisia è diminuito. La situazione resta però complessa. Dal primo gennaio a oggi sono arrivati 57.743 migranti, secondo il Viminale. Lo scorso anno nello stesso periodo il numero si era fermato a 24.724.

Sullo sfondo c’è la delicata situazione in Libia. Dalla caduta di Gheddafi in poi, avvenuta nel 2011, il Paese non ha più trovato alcuna stabilità. Circostanza che ancora oggi ovviamente impedisce di guardare con un certo ottimismo alla gestione dei flussi migratori. In tal senso, Roma deve anche riconoscere precise responsabilità assieme a fette importanti della comunità internazionale

Gli errori dell’Italia negli ultimi anni

“Noi abbiamo perso la Libia due volte: l’abbiamo persa nel 2011, impotenti davanti l’interventismo francese assecondato poi dalla Nato con cui è stato fatto fuori il rais. E poi l’abbiamo persa nel 2019, quando ci siamo rifiutati di aiutare il governo di Al Sarraj assediato da Haftar”. Esordisce così, nella sua analisi storica sulla situazione libica, l’analista e docente Michela Mercuri.

Intervenuta su TrueNews, Mercuri ha individuato nelle operazioni del 2011 e nel mancato sostegno a Tripoli del 2019 i momenti in cui Roma ha vanificato anni di lavoro lungo la sponda opposta del Mediterraneo. “Due errori – ha proseguito la docente – che hanno mandato in polvere un lavoro certosino, fatto fin dagli anni ’70 con Gheddafi. Da Aldo Moro fino alle soglie del nuovo secolo, passando anche per gli accordi stretti tra il rais e Berlusconi, l’Italia era riuscita a ritagliarsi un ruolo primario in Libia”.

Una posizione solo in parte giustificata dai legami storici tra i due Paesi. In realtà, tanto Roma quanto Tripoli hanno sempre avuto ben in mente l’importanza di mandare avanti un matrimonio di convenienza. La Libia ha infatti potuto usufruire della tecnologia e del know how italiano, l’Italia dal canto suo ha potuto attingere dalle risorse energetiche libiche. E poi, in anni più recenti, è ovviamente arrivato il nodo immigrazione. Gli accordi tra Gheddafi e Berlusconi stipulati nel 2008 avevano nel contrasto alle partenze irregolari uno dei punti più nevralgici.

Poi è arrivato il caos e, con esso, l’annosa questione migratoria è diventata ancora più rilevante. “Il problema – ha osservato Michela Mercuri – è che i governi negli ultimi anni sono stati miopi, quasi distratti. Non c’è stata una vera strategia sulla Libia, ci si è appoggiati di volta in volta ai vari Paesi euoropei e non che avevano a loro volta interessi nel Paese”.

Una possibile “rimonta” in Libia

Non tutto però è perduto. La Turchia, diventata nel 2019 principale partner politico e militare di Tripoli con la scelta di Erdogan di aiutare Al Sarraj contro il generale Haftar, non ha lo stesso radicamento territoriale vantato dagli italiani dopo anni di stretti rapporti con il Paese nordafricano. Inoltre, Ankara non ha sostituito del tutto Roma a livello economico, come dimostra il fatto che l’Italia è ancora in cima nella classifica dei rapporti commerciali con Tripoli.

“Adesso occorre recuperare credibilità – ha dichiarato Michela Mercuri – le visite del premier Ddeibah e dello stesso Haftar a Roma nei giorni scorsi sembrano andare nella giusta direzione. C’è ancora molto potenziale da poter e dover sfruttare”. Anche se, come ammette la stessa docente, recuperare la posizione precedente al 2011 è impossibile: “Oramai – ha aggiunto – ci sono altri attori importanti. La Turchia per l’appunto, ma anche l’Egitto e la Russia, seppure quest’ultima risulta indebolita dalla guerra in Ucraina”.

Il nodo immigrazione

Le ultime novità in Libia parlano di un parziale riavvicinamento tra i due principali attori politici e militari: Ddeibah da un lato, radicato nell’ovest del Paese, Haftar dall’altro, radicato nell’est con il suo Libyan National Army. Si è anche parlato della possibilità, poi smentita, di una visita di Haftar a Tripoli. “Sarebbe stata – ha dichiarato Mercuri – una visita di alto significato simbolico, visto che il generale nel 2019 voleva sì entrare a Tripoli ma con il proprio esercito e dopo una cruenta battaglia”.

Ad ogni modo, le due parti si parlano. E la domanda viene fuori spontanea: possibile che un riavvicinamento tra est e ovest della Libia possa avere effetti positivi nella lotta all’immigrazione irregolare? Al fianco di un cauto ottimismo, ad emergere è anche una buona dose di realismo. “Certo – ha infatti commentato la docente – entrambi si sono impegnati a contrastare le partenze e lo stanno già facendo, seppur con metodi abbastanza discutibili. Ma la presa delle organizzazioni criminali è ancora molto forte”.

In poche parole, una maggiore stabilità della Libia e un avvicinamento tra i vari attori dell’intricato mosaico libico, senza dubbio favorirà maggiori controlli lungo le coste e migliori interlocuzioni con Roma. Ma non risolverà, almeno nell’immediato, il problema. E del resto, gli errori strategici si pagano soprattutto alla distanza. Gli errori commessi a Tripoli nell’ultimo decennio, avranno ancora per diversi anni ripercussioni sulla politica interna italiana.