La libertà di stampa? Non interessa a nessuno. Neanche ai giornalisti in Parlamento

Le battaglie che un tempo portavano in piazza migliaia di persone non interessano più. A cominciare da quella sulla libertà di stampa.

Le battaglie che un tempo portavano in piazza migliaia di persone non interessano più. A cominciare da quella sulla libertà di stampa. L’impegno anti-bavaglio, per usare un termine molto in voga almeno fino a qualche anno fa, non ha certo caratterizzato questo Parlamento. Nemmeno la vicenda giudiziaria tra lo scrittore Roberto Saviano e la presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, ha stimolato il dibattito. Eppure si tratta di una vicenda più unica che rara: un capo di governo in carica affronta in Tribunale un intellettuale, ma anche dei giornalisti, come in altre situazioni. Sempre di recente il ministro della Difesa, Guido Crosetto, ha annunciato querele per chiunque usasse l’espressione “conflitto di interessi” riferito al suo incarico e ai recenti trascorsi ai vertici dell’Aiad.

L’intreccio non riguarda solo esponenti politici e giornalisti, ma anche magistrati e reporter.

L’intreccio, tuttavia, non riguarda solo esponenti politici e giornalisti, ma anche magistrati e reporter. Eppure nel nuovo Parlamento non mancano giornalisti che dovrebbero essere sensibili al tema per professione. Certo, alcuni sono più che altro iscritti all’albo che ex penne di punta di qualche giornale, come nel caso di Matteo Salvini. Ma non mancano nomi di peso come il vicepresidente della Camera, Giorgio Mulè, ex direttore di Panorama, e Alberto Barachini, a lungo caporedattore a Mediaset.

La presenza nelle assemblee, però, non è sinonimo di una reale attenzione sul fenomeno. Dopo oltre due mesi di legislatura risulta agli atti un solo disegno di legge che punta a modificare l’istituto della diffamazione a mezzo stampa. A presentarlo è stato il senatore del Partito democratico, Walter Verini (insieme ad altri colleghi tra cui la vicepresidente del Senato, Anna Rossomando), che già nella scorsa legislatura aveva presentato una proposta di legge uguale, quando era però un deputato. Le querele temerarie «possono diventare strumenti intimidatori in grado di condizionare le inchieste e la libera circolazione delle informazioni, impedendo di portare alla luce situazioni di grave illegalità», osserva Verini. Per questo nella sua proposta, come specifica, è previsto un risarcimento di «una somma determinata dal giudice in via equitativa», si legge nel testo. Il totale sarebbe calcolato in «misura variabile fra il 5 per cento e il 10 per cento fino all’importo massimo di 30mila euro». Il testo ha una portata molto ampia, perché interviene comunque a più livelli. Tra questo c’è l’interno di eliminare il carcere per i giornalisti condannati per il reato di diffamazione.

Ma si potrebbe fare anche di più, secondo quanto già indicato in una proposta

Ma si potrebbe fare anche di più, secondo quanto già indicato in una proposta. Nella scorsa legislatura è stato infatti Primo Di Nicola, senatore eletto con il Movimento 5 Stelle, passato con Impegno civico ed ex firma de L’Espresso e de IlFattoquotidiano.it, a portare avanti la battaglia per regolamentare diversamente le liti temerarie. Il suo ddl era diretto, composto da un solo articolo che si proponeva un obiettivo molto semplice: se la querela viene respinta, chi la presenta è tenuto a risarcire almeno la metà della somma richiesta. Sono tanti i casi di richieste per milioni di euro, che non hanno fondamento. Il vero intento è quello di evitare altri articoli sul tema. L’iniziativa era stata anche incardinata in commissione, ma non c’è stato un seguito: i capigruppo a Palazzo Madama non lo hanno mai calendarizzato. E così la proposta è rimasta lettera morta, con la libertà di stampa sempre più traballante in Italia, con un Paese che manda a processo un cronista che ha come controparte la presidente del Consiglio.