Ius scholae: cosa pensano presidi e attivisti della riforma della cittadinanza

Le opinioni di provveditori, presidi e attivisti sulla proposta di riforma della cittadinanza, lo ius scholae.

È stato approvato in commissione Affari costituzionali il testo base sulla riforma della cittadinanza: lo ius scholae. Che cosa prevede? Qual è l’iter che deve seguire per una piena approvazione? Abbiamo discusso con i provveditorati e i giovani di nuova generazione dei limiti dello ius scholae.

La commissione Affari costituzionali ha approvato il testo presentato da Giuseppe Brescia del Movimento 5 Stelle. Si tratta del primo passaggio necessario per giungere a un’approvazione da parte della Camera e, in seguito, del Senato.

Il testo va ora discusso ed eventualmente modificato attraverso gli emendamenti.

La proposta depositata da Brescia contiene lo ius scholae, una riformulazione dello ius culturae. Secondo questo principio la cittadinanza può essere ottenuta da chi svolge un percorso scolastico in Italia se giunge nel Paese entro il compimento dei 12 anni e, in aggiunta, dopo aver frequentato le scuole per almeno 5 anni.

Una proposta che non considera tutti

Quali sono i limiti dello ius scholae? L’abbiamo chiesto a Dalla parte giusta della storia, l’iniziativa promossa dalla Rete per la Riforma della Cittadinanza.

“Il problema principale dell’attuale legge [n° 91 del 1992] è che non tiene conto delle diverse fattispecie giuridiche e sociali che cadono sotto il cappello di ‘figli di immigrati e stranieri’. In questo senso lo ius scholae è una proposta che va decisamente ampliata.

Auspichiamo che siano previsti percorsi specifici per chi nasce sul territorio italiano, per chi cresce arrivando da minorenne, per chi arriva invece in età adulta e per chi vive e risiede in Italia, non ha la prerogativa di diventare cittadino ma che ha tuttavia diritto a partecipare alla vita politica e civile del paese in cui trascorre gran parte della sua vita e in cui paga le tasse”.

Il termine dei 12 anni ipotizzato dallo ius scholae è quindi un vincolo stringente, che esclude un importante gruppo di giovani italiani senza cittadinanza, ma non è il solo. “E ancora non è chiaro se il ciclo scolastico debba essere completato (con la promozione) o se basti la frequentazione” aggiunge infatti Dalla parte giusta della storia. “Nel primo caso sarebbe un grave requisito in quanto l’acquisizione della cittadinanza passerebbe per una questione di merito (scolastico).

Inoltre la scuola è un obbligo per legge, è quindi assurdo riconoscere un diritto previo il compimento di un obbligo”.

Retroattività e residenza continuativa

Anche il Coordinamento Nazionale Nuove Generazioni Italiane (CNNGI) si mostra perplesso su questi stessi punti e aggiunge che lo ius scholae è “una risposta alla complessità delle nuove generazioni italiane. Abbiamo accolto con entusiasmo il fatto che finalmente si apra il discorso e anche la velocità con cui è stato redatto un testo base.

Bene che al centro ci sia la scuola, seconda istituzione dopo la famiglia in cui bambini e bambine trascorrono il proprio tempo. È necessario cogliere l’opportunità per far approvare questo provvedimento ora, il prima possibile”.

Per rendere veramente efficace lo ius scholae “speriamo nella retroattività, che vada a estendere la cittadinanza a chi ha i requisiti previsti ma ha completato il percorso scolastico da tempo”. Il CNNGI sottolinea un’ulteriore criticità. “Uno degli ostacoli resta la residenza continuativa.

Le famiglie che risiedono sul territorio italiano non è detto che abbiano una residenza continuativa (anche per via della resistenza dei locatari). È necessario introdurre altre tipologie di certificazioni che riguardano la presenza continuativa in Italia. Si potrebbe pensare a un coinvolgimento delle scuole in questo senso”.

La voce della scuola

Dai provveditorati scolastici la proposta di Brescia è accolta con entusiasmo. “La scuola è da sempre luogo di integrazione” spiega l’USP di Biella, “conseguentemente lo ius scholae non può che essere accolto favorevolmente.

Da sempre le scuole accolgono minori e se questo fosse maggiormente normato ci sarebbero certamente meno problemi. Inoltre, l’acquisizione della cittadinanza in considerazione anche di un percorso di istruzione riconosce l’importanza e il ruolo che la scuola può avere nella costruzione di una integrazione reale”.

“Io lavoro in una scuola in cui il 50% degli studenti non ha la cittadinanza”, aggiunge Paola Tirone, dirigente dell’Istituto Comprensivo di Via Palmieri (Milano). “La scuola di per sé accoglie tutti, quindi è solo un bene che ne venga riconosciuta la posizione centrale nel percorso di cittadinanza”.