Il giornalista italiano perseguitato dalle autorità ucraine. “Non so ancora il motivo, questa guerra è piena di propaganda da entrambe le parti”

La storia del reporter Lorenzo Giroffi, che è stato bannato dalle autorità ucraine senza conoscerne i capi d'accusa

La storia del reporter Lorenzo Giroffi, classe 1986, collaboratore di Sky, RTL, Mediaset, l’Espresso, RSI, Rai e Rizzoli, ha dell’assurdo. Il reporter è stato bannato dalle autorità ucraine senza conoscerne i capi d’accusa. Anche dal lato russo gli è stato impedito di coprire il conflitto. Una testimonianza di come in guerra sia difficile fornire un racconto obiettivo e non macchiato dalla propaganda.

Giroffi: “Seguo la guerra in Ucraina dal 2014”

Giroffi, con un vocale dai toni mesti, racconta a True-news.it: “Dal 2014 mi occupo della guerra in Ucraina. Ero lì già quando scoppiò il caos delle repubbliche che divennero indipendenti”. Nel 2014 e nel 2015 si è occupato anche delle miniere illegali, dei volontari stranieri che, da entrambi i lati, si univano ai battaglioni. “Fu un lavoro molto lungo, finalizzato a un documentario per la Rai e a un libro che è stato ristampato”.

Il riferimento è a Ucraina. La guerra che non c’era, scritto a quattro mani con Andrrea Sceresini e pubblicato, in prima edizione, da Baldini + Castoldi nel 2014.

Nel 2015 Giroffi, assieme ad altri colleghi, viene accusato dalle autorità ucraine di aver varcato illegalmente i confini per raggiungere il Donbass: “Non era vero perché avevamo un accredito valido ma ciò non è servito ad evitare il ban dall’Ucraina fino al 2020″.Il reporter ritorna nel 2016 ma solo nella repubblica di Donetsk.

Per l’Ucraina le porte erano chiuse.

Allo scoppio del conflitto con la Russia, “il 24 febbraio vengo nuovamente fermato in Ucraina: mi dicono che il bando è ancora attivo”. Sembra tutto strano. Così Giroffi si rivolge alla Farnesina e all’ambasciata ucraina in Italia: gli forniscono l’accredito militare per seguire le zone di conflitto. “Ne avevo bisogno per realizzare un documentario per Rai 3 e altre corrispondenze”.

Lo scherzetto del 28 aprile

Quel giorno Lorenzo Giroffi viene fermato dai militari ucraini a Medica, al confine con la Polonia. “Mi fanno un bello scherzetto: un interrogatorio lunghissimo, mi sequestrano un oggetto legato alla mia famiglia, setacciano mail e telefono. Vengo liberato solo grazie all’intervento di alcuni colleghi che avevano perso le mie tracce“.

Ad oggi, Giroffi non sa ancora di cosa è accusato. Il bando era scaduto nel 2020. Non riesce a trovare motivazioni per gli abusi subiti dai militari ucraini.

“In questi anni ho subito persecuzioni non giustificate da parte dell’Ucraina”. “In realtà neanche dall’altra parte ho ricevuto l’accredito per seguire la guerra”, aggiunge Giroffi.

“Questo conflitto mi insegna che è pieno di propaganda da un lato e dall’altro. Se un giornalista vuole offrire un lavoro serio e obiettivo di racconto e analisi, lontano dalla propaganda che gira anche in Italia, non può farlo”.