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Il “Generale” Guerini a Palazzo Chigi?

Il presente del Conte-bis assomiglia sempre più allo “stallo alla messicana” de Le Iene di Tarantino. E allora, nei palazzi dove si cercano soluzioni, gira il nome di un possibile “Mr. Wolf” (per rimanere in tema). Quello di Lorenzo Guerini. Il deputato del Partito democratico e Ministro della Difesa potrebbe togliersi la mimetica e scendere in battaglia. Perché piace. Per viarie ragioni. Non divide. Tranne in un caso: è stato un renziano di ferro prima di schierarsi contro il “golden boy” di Rignano sull’Arno durante la scissione di Italia Viva dal Pd. Il suo approdo a Palazzo Chigi significherebbe per l’attuale maggioranza non rompere con i renziani senza nemmeno dargliela vinta. Come capo della Difesa italiana ha giocato un ruolo fondamentale durante la pandemia senza mai un gaffe (caso più unico che raro nell’esecutivo), toni sobri, gestendo lo sforzo mastodontico dell’esercito durante la crisi, dall’allestimento dei drive-through Covid fino alla scena culmine dell’epidemia con le bare di Bergamo trasportate dalla forze armate fuori dalla città. Guerini piace soprattutto al mondo produttivo del nord e lombardo. Già sindaco di Lodi e Presidente della Provincia all’inizio della sua carriera, il nome di Guerini sarebbe anche un segnale per lì, nella bassa padana, dove tutto è cominciato con il paziente zero. Un nome lombardo per ripartire dalla Regione più colpita dalla crisi ma che rimane nonostante tutto il motore economico della penisola. C’è chi ci pensa perché in politica contano anche i simboli.

Se l’opzione Guerini dovesse essere abortita sul nascere le alternative per il futuro del governo non sono tantissime. E alcune profumano di beffa. Come quella di un terzo Governo Conte a maggioranza invariata, o con qualche ingresso a supporto, e con un mini rimpasto dell’esecutivo con il volto di qualche ministro da sacrificare – soprattutto pentastellato, prendendo atto dei mutati rapporti di forza dalle politiche del 2018 – come capro espiatorio (Scuola? Lavoro?) davanti all’opinione pubblica. Poco più che un maquillage per non cambiare nulla. Infine rimane sempre in campo la chiamata dal Colle per Mario Draghi. Chiacchierata da anni – tanto da essere considerata da qualcuno un destino inevitabile – ma sempre rinviata nel tempo.