Com’era il mondo prima di Sergio Mattarella: Charlie Hebdo, l’Ebola e Renzi premier

Nel febbraio 2015 cronache dominate da Charlie Hebdo. Il premier era Renzi ed il mondo temeva una pandemia: quella di Ebola

Lunedì 24 gennaio 2022 inizieranno le votazioni per l’elezione del Presidente della Repubblica. La speranza del Paese è che i partiti si accordino per il nome del prossimo inquilino del Quirinale entro giovedì 3 febbraio, data della scadenza del mandato del predecessore. Sette anni prima, martedì 3 febbraio 2015, Sergio Mattarella si insediava in carica, dopo aver prestato giuramento e recitato un discorso di fronte al Parlamento: “Signora Presidente della Camera dei Deputati, Signora Vice Presidente del Senato, Signori Parlamentari e Delegati regionali.

Rivolgo un saluto rispettoso a questa assemblea. Ringrazio tutti coloro che hanno preso parte al voto. Un pensiero deferente ai miei predecessori, Carlo Azeglio Ciampi e Giorgio Napolitano, che hanno svolto la loro funzione con impegno e dedizione esemplari. A loro va l’affettuosa riconoscenza degli italiani”.

Quattro giorni prima, al quarto scrutinio con 665 voti – dopo essere stato deputato di Dc e Ulivo, più volte ministro, vice presidente del Consiglio e giudice della Corte costituzionale – Sergio Mattarella saliva al Colle più alto della politica italiana, in cui era entrato nel 1980 dopo l’uccisione del fratello Piersanti.

Ma cosa accadeva in quei giorni di sette anni fa? Com’era il mondo politico che nel 2015 elesse Mattarella?

La strage nella redazione di Charlie Hebdo

Per cominciare, in quei giorni il mondo era sconvolto dai tragici fatti del 7 gennaio, quando due uomini armati fanno irruzione nella redazione del settimanale satirico Charlie Hebdo a Parigi. L’uccisione di dodici persone, rivendicato dal gruppo jihadista Al Qaeda nello Yemen, fece inorridire il mondo.

Nelle settimane successive è proliferato l’hashtag #JeSuisCharlie – in un mondo social rivoluzionato dalla notizia dell’acquisizione di WhatsApp da parte del gruppo Facebook di Mark Zuckerberg (oggi Meta). Pochi mesi dopo, il 15 novembre di quel tragico 2015, la capitale francese avrebbe subito un nuovo drammatico attacco costato la vita a 82 persone, stavolta per mano del gruppo terroristico nato nel 2013 Stato islamico di Iraq e Levante, la cui sigla “Isis” avremmo imparato a conoscere negli anni successivi.

Prima di Black Lives Matter: “Hands Up, Don’t Shoot”

A insanguinare il mondo tra il 2014 e il 2015 contribuivano anche conflitti di cui in questi giorni rischiamo di assistere a una nuova tragica escalation: quello russo-ucraino in Crimea e quello arabo-israeliano. Le strade americane ribollivano per le proteste contro le violenze della polizia: l’antesignano del Black Lives Matter è il movimento “Hands Up, Don’t Shoot” (mani in alto non sparate) in seguito all’uccisione di Michel Brown, un 18enne afroamericano disarmato.

La polizia finiva sotto l’occhio del ciclone, insieme alla Cia: a dicembre 2014 usciva un rapporto sulle torture praticate ad oltre 100 sospettati di terrorismo dopo l’11 settembre.

Ebola, la grande paura di una pandemia

La grande paura del 2014 portava però un nome che oggi suona quanto mai familiare: Ebola. La pandemia si inizia a diffondere nel 2014 in Guinea. Ben presto dilaga in tutto il continente africano causando oltre 200mila casi e 6mila morti.

Sul fronte politico è una primavera-estate caldissima, con le Europee del 2014 che sanciscono l’avanzata degli euroscettici di Marine Le Pen e dell’Ukip di Nigel Farage nel Regno Unito, che pochi mesi dopo tirava un sospiro di sollievo per la sconfitta del referendum indipendentista in Scozia. Le acque sembrano essersi placate, salvo poi venire sconvolte poche mesi dopo da un uragano chiamato Brexit. Le Europee influiscono enormemente anche sul nostro Paese, ma a campi invertiti: il 40% del Partito democratico lancia la corsa del suo segretario Matteo Renzi.

Napolitano e l’inchiesta sulla trattativa Stato-mafia

Sono tempi turbolenti sotto il cielo della politica romana: 15 gennaio 2015, diciotto mesi dopo la propria rielezione, Giorgio Napolitano si dimette dalla Presidenza della Repubblica. Le ultime settimana del predecessore di Mattarella erano state tormentate. Il 28 ottobre 2014, il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano viene chiamato a deporre come testimone nel processo sulla trattativa Stato-mafia. Secondo i pm di Palermo nei primi anni Novanta ci sarebbero stati contatti tra i vertici di Cosa Nostra e della Repubblica per chiudere la stagione delle stragi. Il presidente, rieletto un anno e mezzo prima dopo una consultazione tra le più complesse della storia del Quirinale, non è indagato ma è chiamato dai giudici a deporre su una serie di telefonate intercettate da un politico coinvolto nell’inchiesta, l’ex ministro dell’Interno Nicola Mancino. I magistrati della Corte d’Assise entrano al Quirinale, non era mai successo prima.

Renzi, segretario del Pd e premier

In quel momento a Palazzo Chigi c’è Matteo Renzi, il giovane segretario del Partito Democratico. A febbraio del 2014 Napolitano lo ha incaricato di formare un governo. Per il centrosinistra è una legislatura shakespeariana: si apre col tragicomico dell’analisi della sconfitta di Bersani dopo il voto del 15 marzo 2013 (“non abbiamo vinto anche se siamo arrivati primi”), passa per il dramma della congiura dei 101 contro l’elezione di Prodi al Quirinale (che costa le dimissioni proprio di Bersani), fino alla farsa di “Enrico stai sereno” con cui l’ex sindaco di Firenze si è sbarazzato del compagno di partito.

I veleni dentro il centrosinistra non impediscono di andare al govenro, con il supporto del Nuovo Centrodestra, la creatura di Angelino Alfano che nel 2013 si è scisso dal Polo delle Libertà, creando una serie di sommovimenti nel centrodestra. Supportano il governo Scelta Civica dell’ex premier Mario Monti, i Radicali Italiani di Emma Bonino, Udc e Popolari. La carrellata di ministri e ministre comprendeva notabili di partito ancora in voga come Maria Elena Boschi, Paolo Gentiloni e Maurizio Lupi. Altri invece sono stati dimenticati, come Cecile Kyenge, Maurizio Martina e Marianna Madia. Renzi e Calenda andavano d’amore e d’accordo. Due ministri del governo di allora sono ancora nella squadra di Draghi: Dario Franceschini e Andrea Orlando.

Forza Italia all’opposizione con Lega e Fratelli d’Italia

La maggioranza perdeva un pezzo importante, con la fuoriuscita di Forza Italia. Silvio Berlusconi – ancora al comando del partito nonostante la condanna del 2013 per la quale era stato interdetto per 8 anni dagli uffici pubblici e nel 2014 si era autosospeso dalla carica di Cavaliere del Lavoro – si univa all’opposizione con gli alleati che fino all’anno prima formavano il PdL, Popolo delle Libertà: la Lega (ancora con la dicitura “Nord” e già guidata dal segretario Matteo Salvini) e Fratelli d’Italia di Giorgia Meloni. Completava l’opposizione il Movimento 5 Stelle (ancora saldamente guidato dall’allora Capo Politico e oggi garante Beppe Grillo e dal fondatore Gianroberto Casaleggio, morto nel 2016) e Sinistra e Libertà (SeL) il cartello elettorale che provava a riunire la galassia radicale guidato da Nichi Vendola, confluito nel 2017 in Sinistra Italiana di Fratoianni.

In sette anni sono cambiate molte cose, ma a ben guardare nemmeno poi così tante.