Appunto per Salvini&Co: mai idolatrare i leader esteri. Sennò finisce come con Putin

La guerra in Ucraina dimostra una volta di più che eleggere a proprio idolo qualcuno che sta molto distante della propria realtà è un gravissimo errore

Piccolo memo da appuntare, oppure grande scritta da appendere all’ingresso delle sezioni di partito: la politica non usa le Procura e non usa i leader stranieri. E’ un malcostume tutto italiano, intendiamoci. E se ne pagano sempre le conseguenze.
Mi spiego. Nell’anniversario di Mani Pulite ormai ce lo abbiamo ben chiaro, perché dopo trent’anni anche il più cretino (tranne i soliti pasdaran manettari) ha capito che i partiti politici che usano la giustizia per “ammazzare” politicamente l’avversario alla fine finiscono essi stessi sotto la ghigliottina.

L’ultimo esempio è quello di Beppe Grillo con il caso Onorato, ma la storia è lastricata di cappi sventolati in Parlamento (la Lega) e avvisi di garanzia e scandali a ripetizione negli anni successivi (Belsito, e poi i 49 milioni, e poi il caso commercialisti e via discorrendo). Fin qui, niente di nuovo.

La guerra in Ucraina però dimostra una volta di più che eleggere a proprio idolo qualcuno che sta molto distante della propria realtà, in base solo a quello che si legge sui giornali italiani è un gravissimo errore.

Anzi, è una somma di gravissimi errori.

Primo: perché la persona in oggetto vive e ragiona in modo diverso, e deve servire ad elettori e cittadini diversi dai propri.
Secondo: perché si osserva quella persona non con i propri occhi ma con le lenti deformatissime della stampa italiana. Quindi, venendo al punto.
Oggi Matteo Salvini si trova a dover pagare l’amicizia con Putin, così come Silvio Berlusconi. Parole del passato riusate contro di loro.

Ci sarebbero esempi analoghi anche a sinistra, e non pochi. Gente che ha ammirato comunisti sanguinari in giro per la Terra, e che poi ha dovuto tacere quando venivano deposti. Troppo troppo rischioso andare a idolatrare in patria leader stranieri. No, sarebbe molto meglio parlare di quel che si conosce. Ovviamente ammettendo che i politici italiani sappiano di quel che parlano, il che – per dirla chiaramente – non è sempre così scontato per tutti.