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Scompenso cardiaco e carenza marziale. Il ferro per aiutare a ridurre le riospedalizzazioni?

È lo scompenso cardiaco la più comune causa di ospedalizzazioni tra gli over 65. Il 50% dei pazienti soffre anche di carenza marziale. Che fare? Gli ultimi studi

È lo scompenso cardiaco la più comune causa di ospedalizzazioni tra gli over 65. Il 50% dei pazienti soffre anche di carenza marziale. Che fare? Gli ultimi studi

di Francesco Floris

In Italia ne soffrono quasi 600mila persone Comporta una mortalità più elevata di quella associata ai tumori. Ma nonostante ciò la patologia viene sottovalutata da pazienti e opinione pubblica. È lo scompenso cardiaco la più comune causa di ospedalizzazioni tra gli over 65. Un fatto, questo, che oltre problematiche legate alla salute, comporta per chi ne soffre un elevato burden economico e sociale. C’è di più. La gestione dei pazienti nelle strutture ospedaliere è solo una parte. Gli attuali trattamenti terapeutici dello scompenso non agiscono infatti sul miglioramento della sintomatologia. Accade inoltre che i tassi di mortalità post-dimissione e i tassi di riammissione in ospedale rimangono molto alti, con malessere ulteriore da parte di chi soffre della patologia e più elevato sforzo a carico del servizio sanitario sia in termini di risorse umane, capacità di accoglienza e spesa. Uno dei maggiori problemi riguarda il fatto che il naturale decorso dello scompenso cardiaco viene complicato da altre condizioni, in particolare la carenza marziale che complessivamente interessa circa il 50% di questi pazienti. Tanto che secondo un recente studio dell’Università Bocconi di Milano, un adeguato trattamento dei pazienti con scompenso cardiaco e carenza marziale comporterebbe un risparmio per il Servizio Sanitario Nazionale di circa il 12% anno/paziente. Scompenso cardiaco e carenza marziale. Un combinato disposto che tra le conseguenze comporta sia una ridotta qualità di vita dovuta alla riduzione della capacità di esercizio e alla conseguente perdita dell’autosufficienza dei pazienti, quanto una prognosi sfavorevole indipendentemente dalla presenza di anemia o meno. Diversi studi di recente si sono concentrati su questo binomio. Dimostrando come il trattamento della seconda (con una supplementazione di ferro endovenoso in 2 somministrazioni) nei pazienti ambulatoriali possa ridurre significativamente le ospedalizzazioni cardiovascolari ricorrenti, migliorando anche la sintomatologia e la qualità di vita delle persone affette da scompenso cardiaco. L’ultimo in ordine di tempo è lo studio AFFIRM-AHF, pubblicato su The Lancet nel novembre 2020. Uno studio progettato arruolando pazienti con recente evento acuto di scompenso cardiaco e concomitante carenza marziale – un’innovazione nel campo della pubblicistica di settore. I risultati sostengono ancora una volta la raccomandazione di somministrare per via endovenosa il carbossimaltosio ferrico in pazienti ospedalizzati per scompenso cardiaco acuto con concomitante carenza marziale e con una frazione di eiezione ventricolare sinistra inferiore al 50%. Confermando quanto testimoniato dai precedenti studi clinici che, seppur condotti con modalità differenti e scegliendo un target diverso di pazienti, giungevano alle medesime conclusioni, evidenziando un più basso tasso di ospedalizzazioni e di mortalità cardiovascolare grazie all’efficacia del carbossimaltosio ferrico ev (formulazione di ferro ev che richiede il minor numero di somministrazioni) in pazienti con scompenso cardiaco con ridotta frazione di eiezione. Un ulteriore elemento di novità apportato dallo studio pubblicato da The Lancet riguarda l’indagine del potenziale impatto che la pandemia COVID-19 potrebbe avere sugli esiti e sul follow-up di studi clinici in corso. Lo studio pubblicato dalla prestigiosa rivista, infatti, è uno dei primi che ha raccolto dati di efficacia durante la pandemia. Sono stati pertanto implementati diversi piani di mitigazione per proseguire con le visite di follow-up fino al termine dello studio in totale sicurezza (ad esempio i contatti telefonici hanno sostituito le visite ambulatoriali previste dal protocollo). In conclusione, si sono osservati un follow-up meno completo, un minor numero di ricoveri ospedalieri cv (-40%) e una generale mancanza di conformità al protocollo di studio, elementi che si suppone possano aver negativamente influenzato i risultati.