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Fondi Sanitari, “800mila prestazioni, il secondo pilastro contro il Covid”

Il rapporto Intesa Sanpaolo-Censis fotografa la situazione del "secondo pilastro" e dice alla politica: non è privatizzazione della sanità

di Francesco Floris

I numeri parlano di 800mila prestazioni sanitarie riconducibili direttamente al Covid-19 garantite in fase di emergenza. Tante le soluzioni di “digital e mobile health” che hanno consentito di rispondere ai bisogni di cura degli assicurati con modalità compatibili al nuovo contesto pandemico. È la fotografia che il “IX Rapporto sulla Sanità pubblica, privata e intermediata” Intesa Sanpaolo Salute-Censis scatta del mondo dei Fondi Sanitari Integrativi e delle compagnie assicurative. Il secondo pilastro, anche in sanità.

I numeri

Un mondo che si è organizzato già da marzo 2020: fin dal primo Dpcm e conseguente lockdown, 26 fondi sanitari su 40, si legge nel rapporto, hanno attivato delle garanzie specifiche per proteggere i lavoratori e le loro famiglie dall’emergenza Covid-19, con livelli assistenziali spesso differenziati in ragione del settore occupazionale di riferimento. In particolare, la quota maggiore degli interventi ha riguardato l’area dei ricoveri ospedalieri, seguita da quella riferibile alle tutele aggiuntive previste per le persone costrette a un ricovero in terapia intensiva o sub-intensiva e dal supporto, sempre più ampio, destinato alle persone costrette all’isolamento domiciliare e/o alla quarantena sanitaria. Le prestazioni più frequenti erogate vanno dai 40 euro al giorno per un massimo di 50 giorni come “indennità da ricovero”. Stessa cifra ma per 14 giorni per i lavoratori che erano costretti all’isolamento domiciliare a cui aggiungere fino a 200 euro per il rimborso di materiali sanitari da utilizzare nel periodo di cura fra le mura domestiche e aggiuntivi 100 euro per il rimborso di visite domiciliari o extra domiciliari da parte di personale medico e infermieristico. Oltre alle prestazioni finalizzate a dare un supporto economico alle famiglie con uno, o più, dei componenti ricoverati in terapia intensiva o sub-intensiva (circa un terzo delle prestazioni totali), un altro 20% degli interventi effettuati è stato destinato a dare attuazione a disposizioni di riduzione o sospensione dei contributi dovuti dalle aziende e dai lavoratori ai Fondi Sanitari Integrativi.

“Non è privatizzazione della sanità”

Oltre ai numeri il rapporto Intesa Sanpaolo-Censis si focalizza anche sulle prospettive del settore, alla luce del fatto che proprio in queste settimane sono in corso una serie di audizioni parlamentari che riguardano la conoscenza dei Fondi Sanitari Integrativi da parte del legislatore. In particolare con riguardo ai timori che di tanto in tanto vengono paventati rispetto a una possibile evoluzione “privatistica” del sistema sanitario italiano. “Promuovere una maggiore diffusione della Sanità Integrativa e un modello di Secondo Pilastro Sanitario” si legge nel rapporto “non vorrebbe dire sostituire alla tessera sanitaria la carta di credito e affidare al privato la gestione della salute del cittadino, ma garantire in modo strutturato alle famiglie la possibilità di vedere rimborsate le spese private per quelle prestazioni che non hanno trovato erogazione all’interno del Servizio Sanitario Nazionale”. Va sottolineato come questo beneficio sia di fatto fruibile solo a certe categorie di lavoratori che ricadono sotto il cappello di contratti nazionali di lavoro che prevedono lo strumento all’interno del “welfare aziendale” o come “benefit”. Il rapporto ricorda che “l’attuale assetto della Sanità Integrativa organizzata come esclusivo strumento di Welfare Contrattuale e/o benefit aziendale non è un tratto peculiare del Secondo Pilastro Sanitario, ma deriva da una scelta politica fatta alla fine degli anni ’90 con il presupposto di limitarne il campo di azione solo ad alcune categorie di persone”.