Fiorenzo Corti (Fimmg): “Modello cooperativo per le Case di Comunità”

Con l'avvento delle Case di Comunità cambierà l'attività dei medici di base. La federazione italiana: "Interlocuzione con Regione Lombardia"

Di certo c’è “un’interlocuzione aperta con Regione Lombardia”. Usa questa espressione Fiorenzo Corti, vicesegretario nazionale della Federazione italiana medici di medicina generale (Fimmg) e socio della cooperativa IML che insieme all’altro “gigante” della medicina di famiglia associata in Lombardia (Medici Insubria) in questi mesi ha supportato la campagna vaccinale con oltre 1,5 milioni di inoculazioni.

Case di Comunità: cosa accadrà ai medici di base?

Il dibattito nella medicina di base al momento è tutto incentrato su una sola domanda: cosa accadrà alla professione con le Case di Comunità? Le nuove infrastrutture sanitarie sanitarie previste dal Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza.

Le Regioni hanno tempo fino al 28 febbraio per inviare il proprio “piano” a Roma. Il nodo cruciale riguarda proprio il lavoro dei Medici di medicina generale e da un accordo raggiunto fra lo Stato e i professionisti passa anche una parte della tranche dei finanziamenti europei del Pnrr in arrivo a giugno 2022.

Medici di base e Case di Comunità: due approcci a livello nazionale

A livello nazionale si scontrano due posizioni: c’è l’approccio “dirigista”, capeggiato da Veneto, Lazio e Campania – quindi a prescindere dal colore politico attualmente a capo delle giunte –, che “vorrebbe una sorta di internalizzazione del medico di famiglia per trasformarlo in un dipendente rispetto all’attuale ruolo di libero professionista convenzionato” spiega Fiorenzo Corti a true-news.

Una scelta che a detta del vice segretario nazionale della Fimmg “comporterebbe disastri dal punto di vista dell’assistenza” perché “uno dei punti forti della medicina di famiglia è proprio la diffusione e la capillarità in ogni realtà territoriale, anche la più piccola, e soprattutto il rapporto di fiducia e di libera scelta da parte del cittadino”.

Corti (Fimmg): “Case di Comunità, conosciamo solo la struttura, non l’organizzazione”

Che fare dunque all’interno delle nuove CdC? “A oggi conosciamo solo quello che sarà l’hardware, le strutture, le mura” risponde Corti.

“Un modello organizzativo più evoluto della medicina di base non può essere ovviamente quello fotografato da uno studio medico con un lettino e un computer”. “Di certo non è più possibile lavorare da soli – spiega Corti – e la risposta deve passare dall’organizzazione partendo dall’associazionismo medico” ma non è immaginabile che “tutti i Medici di famiglia vadano a lavorare nelle nuove Case di Comunità previste dal Pnrr perché significherebbe spopolare i territori”.

Il modello organizzativo che il vicesegretario della Fimmg immagina in parte “già esiste in Lombardia”. Dove la medicina associata in cooperative conta 3.500 professionisti su 6mila e 300mila pazienti cronici arruolati con piano assistenziale individuale (PAI previsto dal Piano nazionale della cronicità). È fatto di “medicina di gruppo, presenza di segretariato e supporto infermieristico, aperture sia al mattino che al pomeriggio”.

Case di Comunità, escluso il rapporto di fiducia medico-paziente

Detta in sintesi: “All’interno delle Case di Comunità si può fare tutto escluso ciò che dipende dal rapporto di fiducia medico-paziente”. Ad esempio? “Un servizio specialistico di supporto ai medici di famiglia per la gestione delle patologie croniche che preveda quindi la presenza di un cardiologo, un diabetologo e uno pneumologo”. Con questi specialisti che a loro volta “potrebbero essere disponibili per fare una televisita”, spiega Corti mostrando i dati sui tele monitoraggi effettuati in Lombardia dalla cooperativa a cui è associato (IML): raddoppiati dai 1.699 del 2020 ai 3.108 del 2021 (249 nel primo squarcio di 2022) cui vanno aggiunte le migliaia di pazienti tele monitorati anche dalla “Cooperativa Medici Insubria” e “Cosma” sulle aree di Bergamo, Brescia, Insubria, Brianza, Lecco, Montagna, Milano, Val Padana e Lodi con prestazioni che attualmente sono state liquidate solo dalle Ats Montagna e Brianza.

Case di Comunità, il nodo dell’integrazione con i servizi sociali

Ancora: nelle Case di Comunità potrebbe trovare spazio un presidio di Guardia Medica, “un punto di Assistenza domiciliare integrata” e un “punto amministrativo dove ci possa essere la scelta/revoca da parte del cittadino per cambiare medico”. Il passaggio cruciale (“impossibile da realizzare ovunque” spiega) sarà certamente quello di “un momento di integrazione con i servizi sociali”

“Quello dell’integrazione fra chi si occupa di sanità e chi di sociale, che per definizione è di competenza dei Comuni, è uno dei più grossi problemi per l’area delle cure primarie”.

Ci sono però alcuni “terreni” borderline dove si può provare a ibridare i servizi: per esempio “un paziente allettato a casa, senza assistenza personale o familiare, che ha bisogno sia che il Comune gli mandi a domicilio un servizio legato alle pulizie, all’igiene domestica ma anche dell’infermiere che interviene sulle piaghe da decubito” e “del medico di famiglia che lo vada a visitare con una certa frequenza”.

Case di Comunità, i medici aprono ad una gestione cooperativa

Morale? Come sono stati messi in piedi durante l’emergenza i centri e le linee vaccinali a totale gestione cooperativa non mancherà un contributo, se richiesto, sulle Case di Comunità. Per la categoria il punto fermo resta però quello del sostegno alla permanenza degli studi dei medici di famiglia associati in rete o in gruppo, diffusi su tutto il territorio regionale, come “unico reale presidio di prossimità per i nostri pazienti”. Mentre la Casa di Comunità dovrà invece rappresentare per i cittadini un luogo di riferimento “visibile del servizio sanitario regionale” in grado di “offrire un reale servizio solo se vedrà l’interazione attiva dei medici di famiglia con i diversi operatori del Servizio Sociosanitario Regionale”.