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Vivremo tutti in “città secondarie”?

Di fuga dalle città parliamo ormai da marzo, da New York a Milano. Un fenomeno inevitabile, visto lo smart working generalizzato e le metrature ridotte degli appartamenti cittadini, fatti per una vita dinamica, e non per il pigiama. Qualcuno è tornato a casa, qualcuno ha trovato un affare su Airbnb o sperimentato il lavoro remoto da una località esotica, ma a vincere saranno le cosiddette “città secondarie”.

Centri medi, cittadine e capoluoghi di provincia, meglio se vicini alle metropoli principali, a un’oretta di treno o macchina ma abbastanza distanti dal calderone urbano per garantire spazi più ampi e lussi quali un giardino o una camera in più. Così, mentre da una parte gli affitti a Milano scendono dopo chissà quanto anni di aumenti continui, alcuni centri che rischiavano di diventare città-fantasma si ripopolano.

Rimanendo su Milano, le città secondarie sono le classiche Bergamo, Monza e Pavia. Ma, allargando il raggio d’azione, anche Bologna e Torino possono riposizionarsi come tali, grazie alle possibilità dell’alta velocità. La geografia del lavoro è destinata a cambiare, anche nel post-Covid.