Spesa militare, 2 per cento significa 104 milioni al giorno in armi

Cosa comporta il voto - non vincolante - della Camera per innalzare la spesa militare al 2% e quella della difesa al 3,5 del Pil

Il 16 marzo, con una larghissima maggioranza di 391 voti a favore e solo 19 contrari, la Camera dei Deputati ha votato a favore l’Ordine del giorno presentato dal leghista Roberto Paolo Ferrari, in cui le forze politiche chiedono al governo di intervenire per alzare la spesa militare al 2% del Pil. Non è invece stata accolta la richiesta di Salvatore Caiata di Fratelli d’Italia, che chiedeva di ricostituire gli arsenali militari dopo la cessione gratuita di alcune armi all’Ucraina.

Sul testo si era già trovata un’ampia convergenza bipartisan in commissione Difesa alla Camera, dove gli unici a votare contro erano stati i deputati di Alternativa C’è. Manca quindi solo l’ormai certa ratifica del Senato – dovrebbe arrivare a giorni, vista l’incombenza sempre più pressante della crisi umanitaria dei profughi in fuga dall’Ucraina (link petizione) – per l’approvazione del decreto, che però non costituisce un obbligo vincolante per il Bilancio dello Stato.

Nella parte dispositiva del testo approvato ieri, i deputati hanno messo nero su bianco la dichiarazione d’intenti per cui il Governo predisponga “un sentiero di aumento stabile nel tempo, che garantisca al Paese una capacità di deterrenza e protezione” mentre nell’immediato si debba agire per “incrementare alla prima occasione utile il Fondo per le esigenze di difesa nazionale”. Un desiderio che, visti i tempi che corrono, potrebbe avverarsi. Ma nel concreto, cosa comporterebbe un aumento della spesa militare al 2 per cento del nostro prodotto interno lordo?

Stando alle cifre recentemente riproposte dal Ministro della Difesa Lorenzo Guerini, se gli impegni da anni presi con gli alleati della Nato dovessero essere attesi, la spesa italiana dovrebbe passare dai 25 miliardi di euro l’anno attuali a circa 38.

Si passa quindi da 68 milioni al giorno a investire quotidianamente 104 milioni.

Nel corso della stessa seduta parlamentare del 16 marzo, la Camera ha approvato un altro Ordine del giorno, passato più in sordina. L’Odg presentato da Manuela Gagliardi di Coraggio Italia, propone “un incremento della spesa annuale complessiva del settore difesa in misura non inferiore al 3,5 per cento del totale del bilancio finale dello Stato”. Così facendo il nostro paese si inserirebbe nel solco del riarmamento dagli altri due colossi dell’Ue: la Francia che progetta di alzare a 44 miliardi il budget del 2022 e la Germania che deciso di stanziare 100 miliardi di euro verso le Forze armate del Bundeswehr.

L’indicazione di spesa di almeno il 2% del PIL è un parametro che i paesi membri della NATO hanno abbozzato in un accordo informale tra i Ministri della Difesa dei Paesi nel 2006 e poi rilanciato al vertice dei Capi di Stato e di Governo del 2014 in Galles, dopo lo scoppio della guerra russo-ucraina in Dobass – con l’indicazione di raggiungere la soglia del 2% entro il 2024.

Le dichiarazioni d’intenti non stono mai state ratificate da un voto formale del Parlamento italiano e quindi non costituiscono un vincolo per lo stato.

È poi opportuno ricordare come non ci siano delle motivazioni tecniche di natura militare dietro la cifra indicata al 2 per cento, che è un traguardo simbolico indicato come semplice stimolo alla crescita della spesa.

Ci sarebbe infine poi da discutere anche sull’applicabilità scientifica di un parametro, soggetto a fluttuazioni indipendenti dalle decisioni fiscali e dipendente in ampia parte dalla produzione di ricchezza privata, come è il Prodotto Interno Lordo. Per il momento basti sapere che nel 2021 il Pil italiano è stato stimato ai prezzi di mercato in 1.781.221 milioni di euro.

Lo scorso anno il nostro paese ha speso 24,97 miliardi di euro in armamenti, con un aumento dell’8,1% rispetto al 2020. Indicativamente l’1,22 per cento del prodotto interno lordo.