Economy Produzione industriale, la Cina non sarà più la "fabbrica del mondo"

Produzione industriale, la Cina non sarà più la “fabbrica del mondo”

La Cina non sarà più “la fabbrica del mondo”. Uno studio commissionato da UBS prevede che nei prossimi 5 anni tra il 20 e il 30 per cento delle industrie manifatturiere abbandoneranno il Dragone per delocalizzare in paesi dove la produzione è ulteriormente conveniente. News non di poco conto se si parla di Cina.

Il Covid-19 è solo l’ultimo dei tasselli del combinato disposto di una serie di fattori economici, politici e sociali che stanno stravolgendo le fondamenta produttive della seconda superpotenza globale.

Oltre all’influenza cinese, la guerra commerciale a colpi di dazi con gli Usa, gli imponenti investimenti dell’India di Modi, la sempre maggiore attrattività dei vicini paradisi low cost di Vietnam e Cambogia, l’attenzione degli osservatori internazionali verso le violazioni dei diritti dei lavoratori – e delle regole del WTO – stanno togliendo la terra sotti i piedi alle industrie del manifatturiero cinesi.

Produzione industriale in Cina, al via una manutenzione del motore economico

In parte quella della prima potenza commerciale, del primo mercato per numero di consumatori e di una delle maggiori potenze militari della terra è anche una scelta voluta. Ed ecco la Cina news finanziaria: la locomotiva cinese ha dovuto avviare una manutenzione al proprio motore economico.

Parliamo di un comparto, quello manifatturiero cinese, in grado di generare oltre 4 bilioni di dollari – più del Pil dell’India – e il 30% dell’ammontare della produzione globale – più di Usa, Giappone e Germania messe insieme.

Il 1° luglio di quest’anno il Partito Comunista Cinese compirà cento anni, un anniversario imprescindibile per intravedere il futuro del paese che il partito tiene ininterrottamente in pugno dalla guerra civile del 1949. Gli osservatori esterni hanno spesso la tendenza a vedere la Cina come a un sistema monolitico, insensibile al cambiamento.

Niente a che vedere con la mobilità sociale e la fluidità politica delle nostre latitudini, ma guardare a Pechino come un macrocosmo immutabile sarebbe un errore, sia da una prospettiva geopolitica contemporanea che storica. Qui potrebbe balzare alla mente quel monito di Napoleone “Lasciate dormire la Cina, perché al suo risveglio il mondo tremerà”.

Per chi non prova simpatia per le Cassandre – che predicano bene e poi invadono la Russia – il momento iniziale dell’impercettibile – ma ininterrotto – cambiamento del modello economico cinese ha una data: il 18 dicembre 1978.

Due giorni l’avvio delle relazioni diplomatiche ufficiali tra gli Stati Uniti e la Cina, quest’ultima ha aperto l’11° Comitato centrale del Pcc, destinato a passare alla storia come lo start dell’“epoca delle riforme e dell’apertura”.

Negli ultimi 40 anni, lo Stato-Partito ha accantonato le lotte ideologiche e di classe sul terreno economico, optando per delle aperture sperimentali, come consentire ai mercati di giocare un ruolo di maggiore spicco nella ridistribuzione delle risorse economiche, riformare le imprese di stato e autorizzare la proprietà privata, entro limiti che si sono progressivamente allentati.

L’ingresso nel 2001 del paese nell’Organizzazione mondiale del commercio (WTO) ha marchiato il definitivo completamento dell’integrazione economica cinese nel mercato globale. Un’apertura che negli anni ha attirato sempre maggiori investimenti delle imprese occidentali e che ha permesso la nascita del sino-capitalismo: la variante cinese che abbina una società gerarchica e stato-centrica a una vivace imprenditoria privata.

La battuta d’arresto della produzione industriale in Cina

Questo ibrido politico-economico non ha conosciuto segnali d’arresto, fino a pochi anni fa. Nel 2019 il Pil cinese ha registrato un aumento del 6%: una vetta che il nostro paese non conosce dagli anni Settanta, ma che per il Dragone rappresenta il peggior dato dagli sconvolgimenti del boicottaggio internazionale post-Tienanmen. Un trend preoccupante confermato dal calo anche nel 2020, il primo anno pandemico.

I primi sentori dell’inversione di tendenza strutturale erano arrivati già verso la metà del decennio passato, ma, ancora prima della pandemia, Xi Jinping ha dovuto registrare una brusca frenata del settore manifatturiero trainante del paese.

Il Purchasing Managers Index (PMI), principale indicatore economico mondiale che conduce indagini mensili su un gruppo mirato di aziende delle economie trainanti e in via di sviluppo del mondo, è in continuo calo: oggi è al 51, nel 2008 era al 59.

Cina, news politiche all’orizzonte? Non ancora, ma si punta sulle news economiche

Da tempo Xi Jinping, che è al potere dal 2012 e che nel 2022 prolungherà il suo mandato di altri 5 anni, sta battendo un nuovo sentiero economico: quello della “doppia circolazione” con cui la Cina sta iniziando ad affidarsi al mercato interno e, solo in seconda battuta, alle relazioni economiche con gli altri Stati.

Ecco che il cambio di pelle del Dragone non è solo una questione di delocalizzazione determinata dalle imprese straniere, è anche una questione di diversificazione di un’economia che sta cercando di smettere i panni della “fabbrica del mondo”, per investire in parallelo sulla crescita del mercato interno e sul progresso tecnologico.

Con il mastodontico 14esimo Piano quinquennale (2021-25) e il Programma China Standards 2035, Xi ha gettato le linea guida della strada che guarda al 2050 quando, a detta del suo leader, “la Cina dovrà diventare una nazione socialista grande e moderna”.

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