Ecco come la plastica asiatica inquina il mondo e vanifica i nostri sforzi. Il report

La metà della plastica mondiale viene prodotta in Asia, con la Cina responsabile di oltre il 32% della produzione globale

Perchè questo articolo potrebbe interessarti? Basta dare un’occhiata ai numeri per capire che il grande problema dell’inquinamento può essere risolto soltanto attuando interventi radicali dall’altra parte del mondo. I dati parlano chiaro: l’Asia produce la metà della plastica mondiale, mentre l’Europa è ferma al 15%. L’ossessione asiatica per la plastica ha ragioni e scopi ben precisi: ecco quali

L’Asia produce la metà della plastica mondiale, con la Cina responsabile di oltre il 32% della produzione globale.

L’Europa è ferma al 15%, mentre Stati Uniti, Canada e Messico raggiungono il 19%. Decisamente più staccate altre regioni, come l’America Latina (4%) e l’accoppiata Medio Oriente più Africa (7%). Questi dati risultano piuttosto emblematici, e registrano un’evidente squilibrio produttivo di plastica in favore dell’Oriente. Eppure, le più numerose misure green, accompagnate da non pochi sacrifici, arrivano dai governi occidentali. Non dai maggiori produttori di un materiale tanto utile quanto potenzialmente inquinante.

Ebbene, la battaglia contro la plastica non potrà mai essere vinta fino a quando tutti i Paesi non decideranno davvero di attuare concrete politiche in favore dell’ambiente.

I maggiori produttori di plastica

Secondo i dati raccolti dall’associazione Plastics Europe, nel 2019 il 51% della plastica è stato prodotto in Asia. Detto della Cina, vale la pena sottolineare il caso del Giappone. Questa nazione è responsabile di appena il 3% della produzione globale di plastica, ma, ha fatto sapere l’ONU, detiene il maggior numero di rifiuti di imballaggio in plastica pro capite del pianeta dopo gli Stati Uniti.

Lo si può notare facendo una passeggiata all’interno di uno dei supermercati presenti a Tokyo e dintorni, dove sono visibili, sugli scaffali, molteplici articoli confezionati singolarmente e pasti pronti in confezioni monouso. Oppure frutti avvolti in rete di polistirene, inseriti in confezioni di cartone di plastica e avvolti in una pellicola trasparente.

Per ridurre i rifiuti di plastica del 25% entro il 2030, nel 2018 Tokyo ha introdotto una tariffa obbligatoria per leborse della spesa plastificate.

Ma la strada sembra essere ancora lunga. La fondazione tedesca Heinrich-Böll ha fotografato altri preoccupanti aspetti inerenti al Giappone. Ad esempio, da queste parti la produzione di bottiglie di plastica è schizzata all’incredibile cifra di 23,2 miliardi di unità all’anno, dalle 14 miliardi del 2004. Stiamo parlando di un Paese che vanta una tecnologia di riciclaggio avanzata, ma dove ogni anno 2,6 miliardi di bottiglie vengono incenerite o perse nei corsi d’acqua e negli oceani.

E di una nazione che, già nel 2014, generava 32,4 kg di rifiuti di imballaggio in plastica pro capite all’anno, seconda solo agli Stati Uniti con 40 kg pro capite.

Un mondo di plastica

In passato il problema della plastica era limitato alle nazioni industrializzate ricche, localizzate quasi esclusivamente in Occidente. Oggi questa piaga è ben presente anche nei Paesi in via di sviluppo, agevolata dalla rapida crescita economica e demografica.

C’è comunque da dire che l’ossessione per il packaging del Giappone, imitato dalla Corea del Sud, ha origini culturali piuttosto antiche. L’imballaggio di un articolo è legato ai concetti di presentazione e rispetto. Con l’avvento della vendita al dettaglio, il packaging indica un ottimo servizio rivolto ai clienti. Al netto di ogni pecularità culturale, l’Asia produce più plastica di tutti gli altri continenti del mondo (per Heinrich-Böll addirittra il 54%).

E questo è un problema non da poco.

Quel che è peggio è che quasi la metà dei rifiuti di plastica rinvenuti negli oceani proviene da appena cinque Paesi: Cina, Indonesia, Filippine, Thailandia e Vietnam. E qui ci troviamo di fronte ad un altro nodo spinosissimo. L’80% della plastica presente negli oceani viene dai fiumi. Uno studio realizzato da Science Advances ha fatto luce sui fiumi più inquinati dalla plastica. Sono tutti asiatici. Il peggiore è Pasig, nelle Filippine, responsabile da solo del 6,4% della plastica presente negli oceani. Segue un altro fiume filippino, Tullahan (1,3%), quindi l’indiano Ulhas (1,3%), il malesiano Klang (1,3%) e, di nuovo, un corso filippino, il Meycauayan (1,2%). Per fare un confronto, i fiumi europei sono responsabili di appena lo 0,6% dell’inquinamento.

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