La rivoluzione smart-working e i nomadi digitali: “Funziona solo se puntiamo sugli obiettivi e non a timbrare il cartellino”

Partito come misura di emergenza, il lavoro agile rimarrà nell'89% delle grandi aziende; arranca la Pa, legata solo alla presenza fisica.

Muovere gli ingranaggi di un’azienda con sede a Milano direttamente dalle colline della Toscana, con un click. Lo smart working è la lezione che la pandemia ha impartito al mondo del lavoro, si trasforma sempre più in un paradigma consolidato, ma il quadro normativo riesce a stare al passo con i bisogni delle imprese?

Ricerca Polimi: il lavoro agile resterà per l’89% nelle grandi aziende

È una domanda che tocca porsi: secondo un’analisi dell’Osservatorio Smart Working della School of Management del Politecnico di Milano il lavoro agile resterà nell’89% delle grandi aziende, dove è previsto un aumento dei progetti strutturati e di quelli informali, nel 62% della Pubblica amministrazione e nel 35% delle piccole e medie imprese.

Il Covid-19 ha dimostrato che la necessità di una presenza fissa in un luogo e per un dato numero di ore è un assunto superato. Concetto valido al netto della diminuzione dei singoli smart worker di pari passo con l’avanzamento della campagna vaccinale. Nel 2021 i lavoratori agili sono passati da 5,37 milioni nel primo trimestre dell’anno a 4,07 milioni nel terzo trimestre. A settembre 2021 l’Osservatorio del Politecnico ha contato 1,77 milioni di lavoratori agili nelle gradi imprese, 630mila nelle pmi, 810mila nelle microimprese e 860mila nella Pa.

L’ipotesi dell’istituto di ricerca è che il graduale rientro in ufficio non corrisponda a un declino dello smart working. Le previsioni stimano in 4,38 milioni i lavoratori che opereranno almeno in parte da remoto (+8%), di cui 2,03 milioni nelle grandi imprese, 700mila nelle pmi, 970mila nelle microimprese e 680mila nella Pa.

Mariano Corso: “Non c’è cultura del raggiungimento dei risultati”

Il pubblico impiego, nello specifico, sconta una mancanza di cultura basata sul raggiungimento dei risultati, sostiene Mariano Corso, responsabile scientifico dell’Osservatorio smart working.

Lo scorso gennaio i ministri per la Pubblica amministrazione, Renato Brunetta, e del Lavoro, Andrea Orlando, hanno firmato una circolare per sensibilizzare le amministrazioni pubbliche a usare gli schemi di lavoro agile già in vigore nelle regolazioni contrattuali.

Con le ultime direttive, ogni amministrazione potrà programmare lo smart working con una rotazione del personale settimanale, mensile o plurimensile, modulandolo sulla base dell’andamento dei contagi. È possibile, in altre parole, concentrare più della somma prestabilita di giorni di lavoro a distanza recuperando la presenza in un secondo momento.

È stato prorogato fino al 30 giugno 2022, invece, il lavoro agile per i lavoratori fragili.

L’esperto: “Le grandi imprese stanno sperimentando nuovi modelli di lavoro”

Stessa scadenza è stata fissata, nel privato, per tutte le aziende che vorranno ricorrere al lavoro agile senza uno specifico accordo con il lavoratore. Dal 1 luglio 2022, allo scadere della proroga, anche per i lavoratori del settore privato si ritornerà in presenza. La riflessione, in questo caso, è tuttavia complessiva ed è orientata a un nuovo approccio nei confronti della prestazione lavorativa.

“La pandemia – prosegue Corso – ha accelerato l’evoluzione dei modelli di lavoro verso forme di organizzazione più flessibili e intelligenti e ha cambiato le aspettative di imprese e lavoratori, anche se emergono delle differenze fra le organizzazioni che rischiano di rallentare questa rivoluzione”. “Le grandi imprese stanno sperimentando nuovi modelli di lavoro – spiega -, con la ricerca di nuovi equilibri fra presenza e distanza capaci di cogliere i benefici potenziali di entrambe le modalità di lavoro”.

Cartina tornasole del nuovo paradigma del lavoro sono, ancora una volta, i numeri elaborati dall’Osservatorio. Secondo gli analisti del Politecnico di Milano, l’equilibrio tra lavoro e vita privata è migliorato per la maggior parte delle grandi imprese (89%), pmi (55%) e Pa (82%), con un aumento complessivo della produttività del 15%. L’antifona è che sia scoccata l’ora di affrancarsi dall’idea dello smart working inteso come misura emergenziale affinché evolva in strumento di modernizzazione.

Angoli di Meridione diventati oasi di co-working

Qualcuno ha fiutato l’occasione e l’ha colta al balzo, trasformando angoli di Meridione prima votati al turismo in oasi di co-working. È questo lo scopo dell’associazione di promozione sociale “South working – Lavorare al Sud”. Un progetto nato in collaborazione con la Fondazione Con il Sud che ha raccolto le centinaia di richieste di lavoratori che, durante la prima ondata della pandemia, hanno lasciato città estere o del centro Nord-Italia per tornare nelle città d’origine o nei piccoli centri del Sud, gestendo da remoto il proprio lavoro.

Lungo lo Stivale si affiancano altre esperienze dello stesso genere. È il caso di “Borgo Office”, ideata da Federico Pisanty. L’azienda offre pacchetti di “smart working, fine living & farm supporting” nelle aziende agricole e nei borghi più caratteristici del Paese. È l’evoluzione del concetto di “bleasure” (da “business” e “pleasure”), spiegano. “Il bilancio è al di là di ogni più ottimistica prospettiva – dichiara Ester Colombo – Nel primo mese di lancio abbiamo registrato 390 richieste di pacchetti. Oggi, a pandemia in fase calante, stiamo riscontrando sempre buoni livelli di richieste, con un parziale cambiamento di pubblico. Dopo la riapertura delle frontiere, infatti, abbiamo registrato molte richieste da turisti stranieri, in particolare dalla Francia, Paese attento al concetto di buon cibo, buon vino e buon vivere in borghi di charme”.

L’iniziativa raccoglie adesioni per lo più nel privato, dai freelance ai liberi professionisti, fino ai consulenti e ai creativi. “Il target professionale è medio-alto – spiega Colombo – attento più all’aspetto esperienziale di Borgo office che ai benefici economici”. Il pacchetto più richiesto è la cosiddetta “working week”, strutturata dal lunedì al venerdì. Meta preferita: la Toscana.

La domanda del mercato, in via di assestamento, lascia intendere che forme di lavoro simili siano destinate a durare. Chi si è assunto il rischio di scommettere su quest’impresa ha ben presenti quali siano le richieste da sottoporre al decisore: “A livello aziendale suggeriamo da tempo un approccio maggiormente teso all’obiettivo (‘Per fine mese bisogna arrivare a questa fase del progetto’) piuttosto che a uno orientato alla ‘timbratura del cartellino’, approccio decisamente obsoleto e demotivante”.