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Ikea, stangata dei prezzi. La crociata salutista Ue preoccupa il Made in Italy. Varie & Eventuali

Francesca Amadori licenziata dall'impresa di famiglia. Ikea annuncia aumenti medi del 9%. La campagna anticancro dell'Ue e il Made in Italy

Francesca Amadori licenziata dall’impresa di famiglia

Non sempre nelle grandi aziende familiari regna la concordia. Le vicende (antiche) della famiglia Caprotti in Esselunga sono arcinote. Infatti il fondatore del primo supermarket italiano, Bernardo Caprotti, allontanò i figli (maschi) dalla gestione dell’azienda per gravi disaccordi sulle strategie commerciali. Oggi tocca alla famiglia Amadori. Infatti la nipote di Francesco Amadori, l’imprenditore avicolo noto in tv per il claim ‘Parola di Francesco Amadori’, è stata licenziata dall’azienda cooperativa che porta il nome del nonno.

Francesca Amadori era la responsabile della comunicazione del gruppo. Da quanto si apprende, da tempo i rapporti tra le parti erano tesi e martedì mattina è stato consegnato alla nipote l’avviso dell’interruzione del rapporto di lavoro con effetto immediato. Il consorzio operativo Gesco del gruppo Amadori ha confermato la conclusione del rapporto lavorativo “per motivazioni coerenti e rispettose dei principi e delle regole aziendali”, specificando che “tali regole sono valide per tutti i dipendenti senza distinzione alcuna”.

Le motivazioni ancora non sono note. L’episodio ha portato alla convocazione dell’assemblea dei soci di Romagna Iniziative, consorzio che raggruppa le principali realtà industriali della Romagna. Dopo aver spiegato la situazione, i soci hanno ringraziato Francesca Amadori per il suo ruolo, chiedendole di rimanere al suo posto. Da tempo circolavano voci su una possibile rottura professionale tra la donna e il gruppo gestito dalla famiglia. Il padre di Francesca, Flavio, ne è presidente.

La manifattura a proprietà familiare investe sul green

Le imprese manifatturiere a proprietà familiare – scrive Il Sole 24 Ore – investono di più in tecnologia 4.0 e green rispetto a quelle non familiari. E lo fanno ancora di più quando la gestione è affidata a un manager esterno. Il quadro, che interessa una percentuale elevatissima delle 130mila aziende manifatturiere italiane: 8 su 10, infatti, sono family business, emerge da un’indagine del Centro Studi dell’Istituto Tagliacarne e ci dice che – sebbene nel manifatturiero ci sia ancora tanta strada da fare sul fronte tech e green: i numeri, nel complesso sono ancora bassi – la percentuale di imprese familiari che hanno investito in tecnologie 4.0 tra il 2017 e il 2020, infatti, è pari al 17%, contro il 15% di quelle non familiari.

Scenario simile quando si parla di investimenti green: li hanno fatti il 27% dei family business, contro il 24% delle aziende non familiari. La gestione dell’azienda affidata a manager interni alla famiglia non sempre è la scelta più efficace per lo sviluppo del business. Ma in Italia sono solo 9 su 100 (18 su 100 se si guardano le realtà medio-grandi) le aziende manifatturiere di proprietà familiare che hanno scelto di affidarsi a un manager esterno.

Peccando però di scarsa lungimiranza: il 70% delle imprese di famiglia con manager reperiti sul mercato, infatti, prevede di ritornare ai livelli produttivi pre-Covid entro il 2022, contro il 60% di quelle guidate da manager familiari, e il 63% delle aziende non a proprietà familiare. «Le imprese di famiglia hanno reagito bene alla “sfida” imposta loro dalla pandemia. Ma le realtà guidate da manager esterni sono più competitive, anche grazie al bagaglio di esperienze che questi professionisti possono portare in azienda», dice il direttore generale.

Un bagaglio spesso di respiro internazionale: secondo l’indagine il 69% dei manager che lavorano nelle imprese a proprietà familiare ha avuto esperienze di direzione di impresa in Italia o all’estero, contro il 52% dei manager di famiglia.

Fs, verso una rete più elettrificata grazie al Pnrr

Le Ferrovie dello Stato non sono solo Frecciarossa. In vista del nuovo piano industriale, atteso per fine febbraio, che dovrà sostenere il cambio di passo già avviato dal gruppo guidato da Luigi Ferraris, la società è decisa a imprimere un’accelerazione al suo impegno “green” anche grazie all’assist assicurato dal Recovery Plan che affida a Fs oltre 24 miliardi di euro per realizzare, entro il 2026, una nuova infrastruttura ferroviaria e per rafforzare, nel contempo, quella esistente rendendola più accessibile e digitalizzata, più resiliente ai cambiamenti climatici e meno impattante dal punto di vista ambientale.

Una svolta netta, dunque, anche e soprattutto in chiave “verde”, che ha visto già mettere in campo, nel 2020, circa 9 miliardi di euro di investimenti (il 5% in più rispetto all’anno prima), di cui l’80% destinati all’infrastruttura, in modo da renderla sostenibile per tutto l’arco della sua vita utile, e che potrà contare, da qui ai prossimi anni, su oltre 11 miliardi di investimenti – tra risorse garantite da Fs e fondi provenienti dal Pnrr – distribuiti lungo cinque assi: rete, treni, stazioni, impianti fissi e smart road.

Il punto di partenza è noto: oltre 12mila chilometri di rete già elettrificati sui quasi 17mila complessivi, il 72% del totale per arrivare a toccare a fine 2026, sfruttando il supporto del Pnrr, l’83 per cento. In questo modo l’Italia diverrà il Paese in Europa con la più alta percentuale di treni che viaggeranno senza generare emissioni di CO2. Il Recovery prevede infatti 2,4 miliardi di investimenti per consentire alla penisola di dotarsi di altri 1800 chilometri di rete elettrificata, di cui 573 nel Mezzogiorno. A questi, si aggiungono poi altri 2,9 miliardi per implementare la tecnologia Ertms (European Rail Traffic Management System), l’apparato di comando e controllo dei treni individuato come linguaggio comune europeo che favorisce l’interoperabilità tra operatori ferroviari migliorando prestazioni e sicurezza. Attualmente sono 700 i chilometri attrezzati con il nuovo sistema, ma il gruppo conta di accelerare l’estensione della tecnologia sull’intera rete per sostituire progressivamente i sistemi di segnalamento preesistenti con tecnologia tutta digitale e interoperabile.

Un secondo asse riguarda poi le stazioni con il gruppo intenzionato a ridisegnare il volto di 620 scali (sui 2200 complessivi) con un particolare accento su quelli del Mezzogiorno, ai quali sono destinati 700 milioni di euro del Recovery Plan. Obiettivo: riqualificare 54 stazioni entro il 2026 per trasformarle in esempi di architettura sostenibile con spazi verdi, illuminazioni interne ed esterne a led, impianti per l’autoproduzione di energia rinnovabile e installazioni di sistemi e apparecchiature di telegestione.

Food, la crociata salutista dell’Ue preoccupa i produttori italiani

La crociata salutista europea preoccupa i produttori di vino tricolori. Il piano europeo di lotta al cancro (che a partire dalla seconda metà di gennaio sarà discusso all’Europarlamento) raccomanda «una dieta basata più su prodotti di origine vegetale e meno carne rossa e meno prodotti legati a un rischio cancro come le bevande alcoliche». Una raccomandazione tranchant che punta a escludere vino e bevande alcoliche dai progetti promozionali senza distinguere tra consumo moderato e abuso e che punta in tempi rapidi a un taglio lineare di tutti i consumi di alcol anche attraverso un giro di vite fiscale e limiti alla commercializzazione.

L’approvazione di Bruxelles ha messo in allarme i produttori italiani (riuniti in Federvini e Unione italiana vini e firmata anche da Assoenologi) che hanno scritto al ministro per le Politiche agricole, Stefano Patuanelli, per esprimere il proprio «disappunto e disorientamento».

«Da quanto ci risulta – scrivono ancora Assoenologi, Federvini e Uiv – alcuni stati membri tra cui la Spagna, il Portogallo e la Germania si sono astenuti chiarendo di non condividere il programma di lavoro Ue. Ci chiediamo per quale ragione l’Italia non abbia espresso voto contrario nonostante lo stesso ministro Patuanelli ci abbia più volte rassicurato sulla necessità di difendere il settore dagli attacchi e dalle iniziative Ue contro il vino. Riteniamo che il nostro Paese debba prendere tutte le misure necessarie per contrastare questa demonizzazione Ue a partire dall’istituzione del tavolo di lavoro interministeriale con Politiche agricole, Salute e Affari Esteri che possa ribadire il posizionamento nazionale a favore della Dieta mediterranea e del consumo moderato e responsabile». I voti espressi sulla comunicazione di Bruxelles lasciano intravedere la possibilità di costruire un fronte di Paesi in grado di contrastare l’ondata antialcol Ue. Certo, all’appello manca l’alleato naturale nella difesa del vino: la Francia che ha finora tenuto sul tema una posizione defilata.

Stangata Ikea: prezzi su del 9%

La decisione è presa direttamente da Stoccolma: il colosso svedese dell’arredamento Ikea aumenta i prezzi in media del 9%. “Purtroppo, per la prima volta da quando l’aumento dei costi ha iniziato a influenzare l’economia globale, dovremo trasferire alcuni aumenti sui costi ai nostri clienti”, ha fatto sapere il gruppo, sempre attenta alla soddisfazione dei clienti. Il motivo? L’aumento dei costi legati ai trasporti e ai prezzi di fornitura si fanno sentire principalmente nel Nord America ed Europa. L’annuncio di Ikea arriva in un contesto di forte accelerazione dell’inflazione in tutto il mondo, guidata dalla profonda interruzione delle catene di distribuzione e dalla carenza di prodotti essenziali per il commercio internazionale. Il fenomeno è stato accompagnato da un’impennata dei prezzi delle materie prime (legno, rame, acciaio) e dell’energia (benzina, gas, elettricità). Nella zona euro l’inflazione ha raggiunto a novembre il 4,9% su un anno, record dall’introduzione della moneta unica nel 1999.