Gas? Ecco perchè l’Italia deve strappare l’Azerbaigian alla Russia

L'Azerbaigian può essere il nuovo partner energetico di riferimento per l'Italia. Che però deve strapparlo dall'orbita russa

Perché questo articolo potrebbe interessarti? Per realizzare la transizione energetica serviranno molti anni e ingenti investimenti globali. Nel frattempo il gas naturale continuerà ad essere la risorsa chiave alla quale poter attingere a piene mani. Ed è per questo che l’Italia farebbe bene sia a trovare solide alternative agli attuali partner energetici, Stati Uniti in primis, che a rafforzare la cooperazione con altri Paesi strategici, tra cui l’Azerbaigian. Il rischio più grande di Roma, in assenza di un’adeguata strategia energetica, è infatti quello di trovarsi a secco di gas.

Non tanto durante l’imminente inverno quanto nel prossimo.

Una possibile soluzione? Puntare ulteriormente sull’Azerbaigian per sopperire, almeno in parte, all’assenza di gas russo e, al tempo stesso, non intestardirsi sulle esportazioni di gas naturale liquefatto dagli Stati Uniti. Seguire queste due piste potrebbe rivelarsi un fattore decisivo per il futuro energetico dell’Italia. “Baku è già un Paese importante per quanto riguarda l’import di gas italiano, visto che contribuisce ad incrementare la diversificazione dei fornitori di Roma.

E Washington non può sostituire, da un punto di vista quantitativo, le forniture che l’Italia e l’Unione europea hanno ricevuto dalla Russia fino al 2021″, ha spiegato a True-news l’analista geopolitico ed economico Demostenes Floros.

Noi e l’Azerbaigian

L’Italia è il principale partner commerciale di Baku tra gli Stati europei, con un volume di importazioni pari al 30,1% dell’export complessivo azerbaigiano. Oltre il 10% del fabbisogno italiano annuo di gas proviene proprio dall’Azerbaigian.

Questo Paese, a sua volta, controlla più o meno l’1,3% del totale delle riserve mondiali della preziosissima risorsa (contro circa il 20% della Russia). Che Roma accoglie sulle coste pugliesi sfruttando i gasdotti Tap (Trans Adriatic pipeline), Tanap (Trans Anatolian Pipeline) e Scp (South Caucausus pipeline). Ma, in vita della probabile tempesta energetica in arrivo, il governo italiano dovrebbe affrettarsi a trovare contromisure.

Il gas naturale è la fonte energetica che svolgerà il ruolo di “ponte” da un mondo il cui paniere energetico è tutt’ora trainato per l’82% dei propri consumi dalle fonti fossili a un mondo guidato dalle fonti rinnovabili ad oggi utilizzate solamente per il 7% dei consumi.

Lo straordinario aumento dei prezzi del gas naturale nel mercato regionale europeo, registratosi a partire da marzo 2021, causato da fattori di mercato, geopolitici e concernenti la transizione energetica, ha messo in luce i limiti tecnologici delle fonti rinnovabili. Gli stessi che in troppi avevano individuato come prossime alla sostituzione delle fonti fossili. In più, come emerso nel recente Forum Economico Eurasiatico di Verona, ospitato quest’anno dalla città di Baku, da un punto di vista strettamente geopolitico, è evidente che i Paesi che detengono le principali riserve di materiali di base, le producono e le esportano potranno esprimere un rapporto di forza maggiore.

I prossimi inverni dell’Italia

In base a tutto ciò è lecito chiedersi come e se l’Italia riuscirà a “superare indenne” il prossimo inverno. “Molto dipenderà da quelle che saranno le condizioni climatiche dell’inverno. Abbiamo avuto un ottobre straordinariamente caldo ma non è del tutto sufficiente per superare questo inverno. Così come non sono sufficienti le scorte che sono ormai piene per quasi il 95%, sia per quanto riguarda l’Italia che l’Ue”, ha sottolineato Floros.

“Stiamo provando a bypassare l’ostacolo cercando di distruggere la domanda di gas naturale. Ma questo avrà e ha conseguenze sia sull’attività manifatturiera e industriale che in termini di transizione energetica. Se utilizziamo meno gas naturale, e le rinnovabili non sono ancora in grado di sostituirlo del tutto, allora è chiaro che saremo costretti a usare più petrolio e carbone, come i dati ci stanno dicendo ormai da mesi”, ha chiarito l’esperto.

L’ombra della deindustrializzazione

Altri dati ci dicono che, con ogni probabilità, più che l’inverno 2023 il problema potrebbe essere rappresentato dall’inverno 2024. “La prossima primavera possiamo trovarci stoccaggi estremamente bassi che difficilmente potremmo riempire entro ottobre 2023, in tempo cioè per la successiva stagione invernale. Questo perché quest’anno, fino all’estate, abbiamo comunque usufruito del gas russo. E quindi abbiamo riempito gli stoccaggi anche con gas di Mosca”, ha affermato Floros.

Il continuo del ragionamento è chiaro: tale condizione non si verificherà per quanto attiene la primavera e l’estate 2023. “Il vero rischio è l’inverno 2024 a dimostrazione che abbiamo di fronte mesi e anni duri. Dovremo attendere almeno fino al 2025 per archiviare il gas russo. Temo che ci saranno conseguenze gravi in termini di deindustrializzazione”, ha chiarito, ancora, lo stesso Floros.

Le criticità del gas americano e la crescita in Azerbaigian

Una delle criticità del modus operandi italiano coincide con la volontà di puntare ciecamente sul gas naturale liquefatto (gnl) statunitense. Per quale motivo? C’è, intanto, un motivo economico. “Stiamo parlando di un gas naturale che costa molto di più rispetto a quello precedentemente importato dalla Russia. Più in generale, gli Stati Uniti sono più cari di tutti gli altri fornitori di Italia e Ue”, ha aggiunto Floros. Arriviamo poi a toccare motivazioni più tecniche. “Il gnl degli Stati Uniti, a differenza degli altri gnl liquefatti, come ad esempio quello che importiamo dal Qatar, si produce attraverso la tecnica del fracking. È una tecnica devastante per l’ambiente, ancora peggio del carbone in termini di emissioni”, ha proseguito l’analista.

C’è, infine, una terza ragione da considerare. “Proprio per le caratteristiche produttive del fracking, non escludo che nei prossimi 5, 10 o forse 15 anni gli Stati Uniti possano avere problemi produttivi e quindi di esportazione sia di greggio (più correttamente Tight oil) sia di gas naturale liquefatto (Shale gas). Se così fosse, come avvenuto in passato per problemi collegabili alla tecnica del fracking, questo potrebbe comportare una riduzione delle esportazioni anche verso Ue e Italia”, ha dichiarato Floros. Insomma, affidarsi agli Stati Uniti, in prospettiva, rischia di creare a Roma non trascurabili problemi di sicurezza energetica.