Altro che moda e cibo: la vera eccellenza italiana sono le armi. E i dittatori lo sanno

Le armi italiane nel mondo tra eccellenze e clienti scomodi: molto spesso sono fornite a Paesi che violano i diritti dentro e fuori confine

Le armi italiane? Troppo spesso finiscono a regimi autoritari o impegnati in guerre d’aggressione. Male interpretando le stesse prescrizioni della legge nazionale. Dall’Azerbaijan all’Arabia Saudita, i casi non sono pochi. Ma per capire la questione è bene analizzare come funziona questo sistema complesso.

Come funziona l’export di armi italiane

L’export italiano di armi è cruciale per una filiera industriale importante per il valore tecnologico e occupazionale. Al contempo molto strategica perché foriera di connessioni internazionali rilevanti. Da Leonardo a Avio, da Beretta a Mbda Italia, molti sono i comparti industriali decisivi per la costruzione di armi ad alta capacità tecnologica. C’è poi il tema dell’indotto navale vigilato da Fincantieri e Orizzonte Sistemi Navali.

Un ecosistema complesso, dunque, che almeno sulla carta è strettamente normato. La legge 185 del 1990 stabilisce infatti che le esportazioni di armi “devono essere conformi alla politica estera e di difesa dell’Italia” e che le operazioni devono essere “regolamentate dallo Stato secondo i princìpi della Costituzione repubblicana che ripudia la guerra come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali”.

In tal senso nel 2012 è stata istituita, presso il Ministero degli Esteri l’Autorita’ nazionale – UAMA (Unita’ per le autorizzazioni dei materiali d’armamento). L’UAMA valuta ogni accordo-quadro del governo per forniture di armi a Paesi terzi e anche l’attività delle imprese private. Le richieste delle aziende produttrici di armi all’UAMA sono esaminate dalla task force della Farnesina, che le deve bollinare e può cassarle unilateralmente applicando la 185/1990. Così aveva fatto Luigi Di Maio nei confronti degli Emirati Arabi Uniti e Arabia Saudita nel 2020.

Clienti discutibili, dal Qatar al Turkmenistan

Ma le forniture di armi del nostro Paese a Stati che non hanno una condotta limpida sia sul diritto interno che sul fronte internazionale proseguono. L’export materiale di armi nel 2021, secondo gli ultimi dati disponibili, è stato pari a 4,8 miliardi di euro, un record storico.

La Rete Pace e Disarmo sottolinea che “tra i maggiori destinatari di sistemi militari made in Italy figurano Qatar (958.849.653 euro), Kuwait (875.393.504 euro), Egitto (773.289.163 euro), Turkmenistan (378.470.352 euro)”. Doha, che ha acquistato armi leggere, blindati e sistemi di elettronica avanzata, è una delle capitali della Fratellanza Musulmana. Il Kuwait ha un record poco limpido sui diritti interni, Il Cairo ha con l’Italia in sospeso il buco nero del caso Regeni, mentre il Turkmenistan è, dopo la Corea del Nord, il regime più repressivo e oscurantista della Terra.

Il Medio Oriente, El Dorado delle armi italiane

L’area del Medio Oriente e del Nord Africa appare la più “promettente” per l’export di armi. Le autorizzazioni approvate dalla UAMA per forniture d’armi verso l’area arabo-africana del Mediterrano ammontano ad oltre 18,4 miliardi di euro, pari a poco meno della metà (il 49,8%) di tutti i contratti vidimati tra il 2016 e il 2021. Quasi 5 miliardi in più del valore licenze per forniture d’armi ai Paesi europei e della Nato (13,9 miliardi, pari al 37,9%). In prospettiva, tra forniture di blindati, mitragliatrici e sistemi d’arma avanzati tornerà presto in auge anche l’Arabia Saudita, seguita dal Marocco.

Riad, com’è noto, è impegnata nella guerra in Yemen. Rabat, fatto meno noto, è di fatto una potenza colonialista in quanto reprime nel territorio conteso del Sahara Occidentale la minoranza Saharawi. Per quanto riguarda Rabat, il recente contratto siglato con Fincantieri per l’acquisto delle fregate Fremm, se da un lato dimostra l’altissima qualità sotto il profilo tecnologico della nostra industria cantieristica, dall’altro apre a preoccupazioni per possibili utilizzi nella guerra al Fronte Polisario indipendentista che devasta il territorio Saharawi.

Azerbaigian, aerei italiani per l’aggressione all’Armenia?

Per quanto riguarda l’Azerbaigan, Paese che spende oltre 5 miliardi di euro l’anno in Difesa (5% del Pil), Difesa Online ricorda i fruttuosi contratti aeronautici: “l’Azerbaigian ha firmato, nel febbraio 2020, una lettera di intenti per la fornitura velivoli Alenia Aermacchi M-346 Master da addestramento”, dodici in tutti, e ne riceverà altrettanti per l’attacco al suolo. Più sei ceduti da una commessa italiana al Turkemnistan.

Un’ampia gamma di forniture che potrà tornare utile in future operazioni nel conteso territorio del Nagorno-Karabakh, regione divisa tra Baku e l’Armenia in cui nel 2020 le forze armate azere sono andate all’attacco. Scacciando con la forza le truppe armene e, sulla loro scia, centinaia di migliaia di civili che hanno visto i loro villaggi, le loro attività economiche, le loro Chiese distrutte in un vero atto di pulizia etnica. In cui future repliche anche le armi italiane potranno, probabilmente, giocare un ruolo. E non sarebbe un caso isolato su scala globale.