L’autogol della Rai che promuove le serie tv della concorrenza e fa inciuci con Amazon Prime Video. Quanto ci guadagna?

Insomma, la Tv di Stato, che dovrebbe garantire il servizio pubblico, si mette a pubblicizzare format di altre piattaforme

Gianluca Vacchi ospite di “Domenica In” è solo l’ultimo, in ordine di tempo, dei casi di ospiti che occupano le sedie delle trasmissioni Rai per promuovere film o serie tv visibili su altre piattaforme. In particolare su Amazon Prime Video. Dove, ad esempio, lo scorso novembre, era uscita “Vita da Carlo“, fiction con protagonista Carlo Verdone, guarda caso ospite, sempre della Venier, nei giorni precedenti la pubblicazione del prodotto. E ancora Mara Maionchi e Fedez, intervistati da Fazio a “Che Tempo Che Fa” su Rai 3 per lanciare il format comico “Lol”.

Altra produzione del colosso di Jeff Bezos.

La lettera ai vertici del consigliere Laganà: “I cittadini non pagano il canone per la promozione di volti concorrenti”

Insomma, la Tv di Stato, che dovrebbe garantire il servizio pubblico, si mette a pubblicizzare format di altre piattaforme. E va contro – come sostiene il consigliere di amministrazione Riccardo Laganà in una lettera indirizzata ai vertici di viale Mazzini e anche alla Corte dei Conti – “il contratto di servizio e la legge di concessione che non prefigurano che spazi di palinsesto Rai possano essere destinati liberamente alla promozione di volti e prodotti concorrenti: non è per quello che ai cittadini è richiesto il pagamento del canone”.

Promozioni di prodotti di Amazon Prime Video, Netflix e altri competitor digitali

Invece, accade esattamente il contrario. E non solo con Amazon Prime Video, piattaforma con cui la Rai ha siglato un accordo che prevede la pubblicazione dei suoi prodotti sull’app streaming di Jeff Bezos. Ma anche con gli altri competitor: sempre “Domenica In” ha ospitato, in occasione dell’uscita del film “In Vacanza su Marte”, Christian De Sica e Massimo Boldi.

Il girato era visibile su tutte le piattaforme fuorché su Rai Play, quella che dovrebbe essere la Netflix della Tv di Stato Italiana. Anche con la società statunitense i rapporti promozionali non mancano: prova ne è l’intervista di Fazio a Ron Howard e Glenn Close, protagonisti di “Elegia Americana“. Una produzione targata Netflix. Non accade mai l’inverso: nessuna serie o format targato Rai viene promosso da piattaforme di streaming.

La Rai ci guadagna? E quanto?

La domanda sorge lecita: la Rai ci guadagna da queste ospitate? E se sì, quanto? Laganà lo ha chiesto al cda di viale Mazzini. Viene facile pensare che dietro possano esserci accordi commerciali, siglati all’insaputa dei cittadini che pagano il canone. E che dovrebbero assistere a programmi che rispondano al concetto di servizio pubblico. “Lo spazio televisivo – si legge nella lettera del consigliere in Quota Dipendenti – ha natura erariale, impegna risorse economiche e umane per realizzare un prodotto che deve essere sempre corrispondente con il contratto di servizio e non interpretato come luogo dove promuovere prodotti editoriali e volti della concorrenza (salvo, in ipotesi, circostanze di conclamato interesse e rilevanza pubbliche)”.

Alle precedenti interrogazioni, la Rai si è sempre ” trincerata dietro la consueta autonomia editoriale: in ogni caso, la scelta degli ospiti all’interno dei programmi resta una prerogativa delle strutture editoriali che, nella loro autonomia, decidono sull’opportunità e sulla necessità di talune presenze, anche se legate ad altre emittenti”.

Bilancio 2020: Rai 27.ma tra le piattaforme digitali. Non è il caso di investire sulla propria promozione?

Dalle ospitate marchettare derivano – secondo Laganà – “danno del marchio, danno all’immagine, sviamento di clientela, vendita di spazi di palinsesto e depauperamento delle risorse aziendali”.

Portando gli spettatori dalla Rai su altre piattaforme, la tv di Stato si fa un autogol e non accresce la sua popolarità internazionale che potrebbe sorgere dall’enorme potenziale di Rai Play. La conferma arriva anche dalle note al bilancio 2020, l’ultimo liberamente consultabile, in cui viale Mazzini afferma che “nel ranking dei principali Gruppi online attivi in Italia, la Rai si posiziona al 27° posto”. Nonostante il guadagno di 3 posizioni rispetto alla classifica del 2019, nel bilancio si legge che sul podio “si confermano invece alcuni grandi player internazionali come Google, Facebook e Amazon, immediatamente seguiti da Microsoft, RCS MediaGroup e dal Gruppo GEDI”.

Anche qui viene da chiedersi se non sia il caso di dedicare maggiore spazio nei palinsesti alle produzioni originali disponibili su Rai Play invece che ospitare star della concorrenza. Magari dal 27° posto si potrebbe scalare qualche posizione in più.

Ma mamma Rai preferisce promuovere “Mucho Mas” di Gianluca Vacchi e far sì che chi paga il canone spenga la tv e apra l’app di Amazon Prime Video.