L’algoritmo che licenzia i rider morti

Vi ricordate la pandemia? Vi ricordate il primo lockdown? Eravamo tutti chiusi in casa, non potevamo andare fuori a prenderci un panino

Vi ricordate la pandemia? Vi ricordate il primo lockdown? Eravamo tutti chiusi in casa, non potevamo andare fuori a prenderci un panino. E allora un esercito di disperati – sì, disperati, guardatevi le loro retribuzioni – ci portava di tutto a casa. Un chilometro dopo l’altro, in bicicletta. Sì, loro, un esercito di schiavi. Con contratti da schiavi. La politica, sia quella di destra sia quella di sinistra, se ne stava ben zitta eh.

Fin quando un giudice a Milano, di nome Fabio Roia, ha deciso che era abbastanza e ha scoperchiato un vaso ricolmo di schifezze.

Il vaso di schifezze scoperchiato da Fabio Roia

Contratti di subappalto, trattamenti al di sotto della soglia dell’umanità. A quel punto la musica è cambiata: alcuni rider hanno ottenuto qualche contratto, ci sono stati dei passi avanti. Ma ancora c’è molto da fare, e ce lo dimostra un morto.

Sì, un morto. E’ qualcosa che a me fa talmente arrabbiare e disperare. Si chiamava Sebastian Galassi, e aveva 26 anni. E’ morto qualche giorno fa, a Firenze. E’ stato travolto e ucciso da un suv di sabato sera. Era il primo ottobre, e si è scontrato con un suv. E’ morto dopo ore di sofferenze in ospedale.

Una mail automatica, generata da un algoritmo

Mentre moriva un algoritmo ha registrato le lamentele degli utenti che non avevano ricevuto il proprio ordine, e ha proceduto a mandare una mail da Glovo al rider, dicendogli che era licenziato.

Una mail automatica, generata da un algoritmo. Che licenziava un morto sul lavoro, che è stata letta dai parenti di Sebastian, che ne ha rinfocolato il dolore. Certo, poi Glovo si è scusata, e ha promesso di pagare una parte dei funerali. Ma come è possibile che in Italia si venga licenziati via mail da un algoritmo? Ma dove siamo arrivati?