Il reverendo Jesse Jackson, tra le figure più influenti del movimento per i diritti civili negli Stati Uniti, è morto oggi all’età di 84 anni. La notizia è stata resa nota dalla famiglia, che lo ha ricordato con un comunicato: “Il suo incrollabile impegno per la giustizia, l’uguaglianza e i diritti umani hanno contribuito a plasmare un movimento globale per la libertà e la dignità. Instancabile agente del cambiamento, ha dato voce a chi non aveva voce, dalle sue campagne presidenziali negli anni ’80 alla mobilitazione di milioni di persone per registrarsi al voto, lasciando un segno indelebile nella storia”.
Nato nel 1941 a Greenville, in South Carolina, durante l’era della segregazione razziale, Jackson crebbe in pieno regime di leggi Jim Crow, frequentando scuole separate e vivendo le restrizioni imposte agli afroamericani nei luoghi pubblici. Quelle esperienze segnarono profondamente il suo percorso umano e politico. Negli anni Sessanta divenne uno stretto collaboratore di Martin Luther King Jr., partecipando alle grandi mobilitazioni per i diritti civili, tra cui la storica marcia di Selma del 1965. Si trovava a Memphis nel 1968 quando King fu assassinato. Dopo quella tragedia, Jackson emerse come uno dei leader più visibili e influenti del movimento.
Dall’attivismo alla politica nazionale
Dopo l’uccisione di King, Jackson consolidò il proprio ruolo pubblico fondando nel 1971 Operation PUSH e, negli anni Ottanta, la National Rainbow Coalition. Quest’ultima rappresentò un’alleanza innovativa tra afroamericani, bianchi, latini, asiatico-americani, nativi americani e comunità Lgbtq, contribuendo a spingere il Partito Democratico verso posizioni più progressiste.
Negli anni ’80 tentò per due volte la corsa alla Casa Bianca, candidandosi alle primarie democratiche del 1984 e del 1988. Pur non ottenendo la nomination, le sue campagne mobilitarono milioni di elettori afroamericani e ampliarono la base elettorale democratica. Il suo celebre motto, “Keep hope alive” (“Manteniamo viva la speranza”), divenne uno slogan simbolo, destinato a riecheggiare decenni dopo nella stagione politica che avrebbe portato all’elezione di Barack Obama nel 2008. Già prima dell’ascesa di Obama, Jackson era considerato una figura centrale della leadership afroamericana nazionale, capace di portare le istanze del movimento per i diritti civili dentro le istituzioni.
La malattia e gli ultimi anni
Nel 2017 gli fu diagnosticato il morbo di Parkinson; successivamente la diagnosi venne aggiornata in paralisi sopranucleare progressiva, una malattia neurodegenerativa. Negli ultimi anni si era progressivamente ritirato dalla vita pubblica. La sua ultima apparizione politica risale alla Convention democratica di Chicago nel 2024, quando, già in sedia a rotelle, partecipò visibilmente provato ma ancora simbolicamente presente alla vita del partito.
