Non solo oligarchi, il soft power russo su cultura e università italiane

Le mani legati delle istituzioni culturali italiane a causa dei finanziamenti più o meno trasparenti di Mosca

Si chiama Vladimir Medinsky e a legarlo al presidente russo non è solo l’omonimia: si tratta del consigliere personale dello “Zar”. Uno che, nonostante abbia abbandonato nel 2020 il mandato da ministro della Cultura, continua ad avere un ruolo predominante nell’indirizzare le scelte di Putin. Tanto da essere incaricato di guidare personalmente la delegazione diplomatica della Federazione Russa nelle delicate trattative in corso, tra mille difficoltà, per tentare di porre fine al conflitto in Ucraina.

Scelta che ha riportato all’attenzione dell’opinione pubblica italiana una decisione presa nel lontano 2014 dall’Università Ca’ Foscari di Venezia che già allora aveva fatto discutere.

Nel bel mezzo dell’invasione russa della Crimea, infatti, l’ateneo veneziano, guidato a quel tempo dal rettore Carlo Carraro, aveva decretato l’assegnazione a Medinsky (nato nel 1970, ironia della sorte, nell’allora Repubblica sovietica di Ucraina, a meno di 200 km da Kiev), della prestigiosa “Ca’ Foscari Honorary Fellowship”.

Una nomina che costò il posto all’allora prorettrice Silvia Burini, costretta addirittura a volare a Mosca per la consegna della laurea honoris causa per aggirare le polemiche e le proteste di colleghi e studenti. Successivamente il Consiglio di Dipartimento di Studi Linguistici voterà una delibera per rendere più stringenti i criteri di attribuzioni delle lauree onorarie ma i rapporti tra l’ateneo e l’allora ministro non s’interromperanno: sarà Medinsky infatti il principale interlocutore per l’organizzazione nel 2018 del festival del cinema russo contemporaneo tenutosi a Venezia con il patrocinio dell’università.

Non fu il primo caso di laurea ad honorem destinato a far discutere e difficilmente sarà l’ultimo: se nel 2004 la Sapienza di Roma decise di conferire il titolo in Archeologia ad Asma al-Assad, moglie del dittatore siriano Bashar, nel 2009 fu bloccata solo all’ultimo minuto l’assegnazione da parte dell’Università di Sassari della laurea in Giurisprudenza all’allora presidente libico Muhammar Gheddafi; e sorte analoga stava per toccare nel 2011 all’omologo tunisino Ben Alì, in quel caso da parte dell’Università di Messina.

Senza calcolare che sempre la Sapienza, nel 2003, voleva conferire proprio a Vladimir Putin il titolo di dottore in Economia e Commercio, salvo poi fare un passo indietro di fronte alle veementi proteste degli studenti e di parte del corpo docenti.

Insomma, di nomine quanto meno discutibili sono pieni gli archivi di molti atenei. A impressionare in questi giorni, però, è l’assordante silenzio di Ca’ Foscari sulla vicenda, tornata com’è ovvio d’attualità.

D’altronde, sono molte le istituzioni culturali (non solo universitarie) ad aver goduto in questi anni dei finanziamenti – più o meno trasparenti – di Mosca. Finanziamenti che, volenti o nolenti, finiscono per “legare le mani” alle istituzioni in questione quando si tratta di prendere posizione contro i colpi di mano del Cremlino come quello cui stiamo assistendo da qualche settimana in Ucraina. Merito (o colpa) di una precisa strategia attuata da oltre un quindicennio su precisa indicazione dello “Zar”.

Accanto all’ormai noto bombardamento mediatico a colpi di contro (o dis-) informazione e appoggi politici, infatti, Mosca si muove da tempo anche sul binario della promozione culturale. Un’abile perifrasi che nasconde in realtà nemmeno troppo velate mire politiche.

È l’agenzia federale Rossotrudnichestvo, che agisce per conto del ministero degli Esteri, a tirare le fila: ufficialmente si occupa di cooperazione internazionale e di scambi culturali e in Italia ha sede a Roma, dov’è conosciuta come “Centro russo di scienza e cultura”.

Oltre che con le numerose associazioni di amicizia Italia-Russia, con le organizzazioni di compatrioti e con aziende e banche, il Centro ha contatti a vari livelli all’interno di municipi, scuole e – appunto – teatri, università e istituzioni culturali. Puro soft power, come ammetteva candidamente l’allora direttore Oleg Osipov in un’intervista del 2017: “Contro di noi esiste una guerra ideologica che è stata condotta per molto tempo e ha dato risultati negativi. Attualmente noi russi stiamo applicando il “soft power”, invenzione dell’occidente a cui tutti erano predisposti fino a quando la Russia non lo possedeva”.

Dal 2007 Rossotrudnichestvo è stata affiancata, previo decreto presidenziale di Putin, dalla fondazione RusshiyMirFund, finanziata da fondi statali e che ha l’obiettivo di “promuovere nel mondo progetti sulla lingua e la cultura russa”. Finora ha sponsorizzato premi patrocinati da diversi istituti di credito e ha collaborato con numerosi atenei nell’organizzazione di eventi, festival e concorsi. Fino al 2012 ha avuto addirittura a disposizione alcuni locali nel complesso universitario della Sapienza di Roma. Da allora i tempi sono cambiati, certo. Ma a ripensarci fa comunque impressione. Così come fa impressione scorrere i post social del Centro russo di scienza e cultura. Che il 21 febbraio rilanciavano entusiasticamente il video della testata Sputnik, controllata dal Cremlino, in cui Putin annunciava il riconoscimento delle repubbliche separatiste del Donbass. L’inizio della guerra.