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Inchiesta Saras. Troppo facile parlare del “petrolio dell’Isis”

L'impianto investigativo dell'inchiesta Saras ipotizza soldi finiti nelle tasche dei jihadisti. Dimenticando cosa accadeva davvero in Iraq

Quella di aver in qualche modo “finanziato”, anche inconsapevolmente, terroristi e jihadisti dello Stato islamico in Iraq e nel Levante è probabilmente l’accusa più grave contenuta nelle carte dell’inchiesta Saras.

La multinazionale italiana del petrolio, legata alla famiglia Moratti, è finita nel mirino delle procure di Brescia e Cagliari per l’import di greggio dall’Iraq nel biennio 2014-2016. Il percorso delle transazioni – passato per un sistema a matrioska in cui figurano tante società straniere come Petraco Oil company e Edgwaters Falls – parte dal Kurdistan iracheno, in un periodo  che gli investigatori della Guardia di Finanza definiscono già nell’introduzione dell’atto di chiusura delle indagini “di forte instabilità politica”.

Come nasce l’accusa di “associazione con finalità di terrorismo”

Considerato che il sedicente Stato islamico (IS) ha preso il controllo di ampie aree dell’Iraq settentrionale a partire dal 2014 – facendo di Mosul la capitale simbolica della nuova entità statuale – le informative dei Nuclei di polizia economico-finanziaria sottolineano più volte come transazione (dal valore stimabile di 1,6 miliardi di euro) siano in parte o possano essere finite nelle mani dei jihadisti, che in quel dato periodo controllavano alcuni pozzi petroliferi nord iracheni.

Saras-Stato islamico, dati e fonti da vagliare con cautela

Ciononostante, i dati e le fonti utilizzate per suffragare l’ipotesi di questo ponte fra il colosso petrolifero Saras e lo Stato Islamico hanno bisogno di essere vagliate con molta attenzione. Quando si parla di ISIS, infatti, è forte la tentazione di sottolineare con forte enfasi legami che sono spesso più complessi e meno diretti di quanto possano sembrare. In Italia, ad esempio, ha fatto scuola il caso dei sequestri a Salerno e Napoli di grosse partite di captagon, immediatamente ribattezzata da alcuni media mainstream come “la droga dell’ISIS”.

Al contrario, secondo quanto emerso da inchieste internazionali (una delle quali del New York Times) la produzione e il traffico di questo particolare stupefacente è stata ed è tutt’ora principalmente appannaggio del regime siriano di Bashar Al Assad, non dei jihadisti dell’IS. Tanto che il quotidiano della Grande Mela, così come The Economist, parlano tout court di una Siria diventata a tutti gli effetti un “narco-Stato mediorientale” grazie al traffico di captagon.

Stessa cosa, ovvamente, è successa per l’inchiesta Saras. Per la quale autorevoli giornali come La Repubblica si sono affrettati a titolare “Petrolio dell’ISIS in Sardegna” (dato che si parla della raffineria di Sarroch, nel cagliaritano).

L’impianto accusatorio dei finanzieri

Per supportare l’impianto accusatorio i finanzieri ricostruiscono in maniera semplificata il contesto geopolitico iracheno degli anni in questione, sottolineando che la nascita dello Stato islamico ha sparigliato le carte del quadro regionale, minando il monopolio della commercializzazione all’estero dei prodotti energetici iracheni detenuto ufficialmente dalla SOMO (L’Organizzazione statale per la commercializzazione del petrolio afferente al ministero omonimo).

“La destabilizzazione geopolitica causata dall’avanzata dell’lSIS in Siria e, in particolare, in alcuni dei territori dell’Iraq ha senza dubbio modificato i rapporti e gli scenari internazionali per la commercializzazione del petrolio greggio prodotto in quella precisa area, con il coinvolgimento diretto o indiretto di diversi attori istituzionali, tra cui per l’appunto Iraq, Turchia, Israele e Russia, ma anche compagnie petrolifere di rilevante importanza, agenti di intermediazione di acquirenti finali (tra cui figurerebbe anche l’Italia)”, si legge nella nota ufficiale.

Il caso della petroliera United Leadership

L’idea di un possibile coinvolgimento del nostro Paese viene supportata dal caso della petroliera United Leadership, partita dal terminale turco di Ceyhan a fine maggio 2014 e descritta dal Sole 24 Ore – citato nelle carte come fonte aperta – come “un efficace paradigma di come il conflitto in corso tra il governo di Baghdad e gli estremisti sunniti dello Stato islamico dell’Iraq e del Levante (Isis) stia avvantaggiando il Kurdistan”.

In altri termini, si suggerisce l’idea che la nascita dell’IS abbia dato al governo regionale del Kurdistan (KRG) margini di manovra per aggirare il controllo di Baghdad per esportare in autonomia i propri prodotti petroliferi.

Le criticità del mercato del greggio in Iraq

“La caduta del prezzo del greggio e le relative speculazioni di mercato – spiegano ancora le Fiamme Gialle – hanno in qualche modo contribuito alla rottura degli accordi e dei precari equilibri instauratisi tra il Governo curdo indipendentista del KRG e il Governo centrale di Baghdad, in ordine alla commercializzazione diretta da parte del KRG di petrolio greggio, estratto anche dal prezioso giacimento di Kirkuk, avviata già dal dicembre 2013, aggirando i controlli iracheni con il coinvolgimento della Turchia e l’intermediazione opaca di taluni soggetti che hanno curato ogni fase della commercializzazione, dalla logistica sino alla stipula degli accordi con gli acquirenti finali”.

Alla luce di quanto sopra, “appare evidente che la commercializzazione del prodotto greggio in Iraq, dal 2014 sino al 2016, ha rivelato non trascurabili aspetti di criticità e di tensione tra tutti gli attori coinvolti”. Una situazione di criticità tali da causare “una diminuzione delle importazioni operate da alcune delle più importanti compagnie petrolifere (tra le quali anche ENI) di petrolio con origine Iraq e provenienza Turchia”.

I due punti controversi dell’impianto accusatorio

In altri termini si postula che il governo della regione autonoma del Kurdistan abbia approfittato della situazione di caos provocata dall’insorgere dell’IS per “mettersi in proprio” vendendo prodotti petroliferi in Occidente anche grazie alla mediazione di attori regionali come Turchia e Russia.

I punti controversi sono essenzialmente due. Il primo è che nella ricostruzione del contesto non si postula mai in maniera diretta la vendita e la commercializzazione del petrolio in questione da parte dello Stato islamico, quanto piuttosto del KRG. Gli anni in questione, d’altronde, sono stati caratterizzati da una estrema fluidità sul campo di battaglia. Tanto che andrebbe controllato, calendario alla mano, chi controllava cosa in quel determinato lasso di tempo.

Basti pensare, come ricorda la ricostruzione storica degli inquirenti, che “il 9 dicembre 2017 il premier iracheno Haider al-‘Abadi ha dichiarato ufficialmente vinta la guerra al Daesh”. Cosa che ad oggi risulta ancora tutt’altro che riscontrabile. Che lo Stato islamico abbia basato gran parte del proprio “PIL” sulle esportazioni petrolifere, spesso vendendo greggio a prezzo di saldo persino ai propri nemici e attraverso broker in Turchia, è un dato ormai acclarato. Meno sicuro, ma lasciato intendere in maniera abbastanza chiara, è il fatto che i jihadisti abbiano a che fare con la partita finita al centro dell’inchiesta Saras.

Petrolio dell’ISIS? Affermazione da verificare

Infine, ma non meno importante, le informazioni sul contesto geopolitico iracheno di quegli anni andrebbero sostanziate con una maggiore attenzione ai dettagli regionali. Si insiste molto sulla questione relativa a Kirkuk, capitale del KRG e “centro nevralgico per l’estrazione del greggio”. “Lo stesso KRG dal 2013 in poi, è stato impegnato in prima linea nella lotta contro l’avanzata delle milizie jihadiste, contribuendo, pertanto, in modo decisivo alla resistenza ed alla difesa estrema della preziosa città di Kirkuk”, si legge ancora, precisando che “a seguito del referendum indipendentista del settembre 2017, la città […] è tornala pienamente nell’orbita dì Baghdad”.

Kirkuk è certamente uno snodo essenziale per la vita petrolifera del Paese, tanto che il governo centrale a ottobre 2017 si è affrettato a riprenderne il controllo. Ma il greggio finito al centro dell’inchiesta Saras potrebbe provenire anche da giacimenti minori, persino dal sud dell’Iraq piuttosto che dal nord. Pertanto, postulare che si tratta di “petrolio dell’ISIS” perché in quel momento (2014-16) Daesh controllava Kirkuk e le aree circostanti è un’operazione bisognosa di conferme.

Bonifici da 3,6 miliardi di dollari senza beneficiario indicato

Ciononostante, partendo dal fatto che “i pozzi” fossero finiti nelle mani dell’IS in un determinato momento “Si può ragionevolmente ipotizzare che la restituzione del denaro (frutto di un’operazione di storno di 60 milioni effettuata dalla Edgewaters al governo curdo) – sia dipesa dal fatto che la proprietà del greggio, in quel periodo, non era più curda ma dell’Isis”. Come in un altro passaggio si dice come “dai conti di Edgewaters ci sono altri bonifici per 3,6 miliardi di dollari, senza indicazione del reale beneficiario. Verosimilmente perché era inconfessabile”.