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Il sistema Palamara esiste e lotta contro di noi

Il sistema Palamara esiste e lotta contro di noi. La storia, seppur a grandi linee, la conoscono tutti: le correnti in magistratura (ovvero gruppi di magistrati che rispondono grosso modo agli schieramenti di sinistra, centro e destra) decidono in anticipo le promozioni e gli avanzamenti di carriera in tutta Italia, con un sistema “a pacchetto”. Cioè, invece di prendere il magistrato reputato migliore per un determinato posto, se li spartiscono e poi mettono chi vogliono loro.

Una roba incredibile, che in magistratura tutti ma proprio tutti sapevano, ma nel mondo reale no. A voler fare un paragone, era come il finanziamento illecito dei partiti con Mani Pulite. Solo che là finì con le monetine, qui se ne fregano tutti. Uno potrebbe pensare che dopo quanto scritto nero su bianco da Palamara qualcosa sarà successo, no? E invece no, manco per niente.

Diciamo la verità e diciamola ora: la nomina della procura di Roma, della direzione nazionale antimafia, la nomina della procura di Milano sono soggette a un accordo a pacchetto che non ha nulla da invidiare a quelle di Palamara.

Le tre scelte verranno prese insieme, perché è una questione di incastri: di incastri tra le correnti. Ma la cosa più paradossale, che questa settimana raccontiamo su True-News.it, è che a fare giurisprudenza proprio in queste nomine, andando a “tenere in gioco” tutta una serie di candidature senza grandi curriculum è una sentenza della quarta sezione del Consiglio di Stato, ai tempi presieduta da Riccardo Virgilio, nel frattempo arrestato perché (secondo l’accusa) avrebbe “aggiustato le sentenze”.

E con chi si era incontrato Virgilio nel 2016 prima di emettere la sentenza? Con l’allora procuratore capo di Roma, guarda un po’, a casa di Palamara, davanti a cornetti caldi e caffelatte. Dunque attenzione: si va a scegliere i capi delle procure di mezza Italia con una sentenza del Consiglio di Stato che fa giurisprudenza emessa da una sezione diretta da un arrestato per corruzione, e scritta da un consigliere condannato, in un sistema che di fatto in nulla diverge da quello emerso dalle pagine di Palamara.

Siamo messi male ma stiamo riuscendo a fare peggio.