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Cpr Corelli, lo “sciopero dei tamponi” contro il carcere per migranti di Milano

Sciopero dei tamponi al Centro di Permanenza per il Rimpatrio di via Corelli a Milano. Gli immigrati rifiutano di sottoporsi ai test Covid-19

di Eugenia Greco

Uno sciopero è attualmente in corso al Centro di Permanenza per il Rimpatrio di via Corelli a Milano. Uno sciopero dei tamponi. Gli immigrati rinchiusi all’interno si stanno rifiutando di sottoporsi ai test Covid-19. È una delle tante manifestazioni di protesta per far valere i propri diritti in strutture dove sembrano dimenticati.

Si chiama “detenzione amministrativa”. Secondo numerosi giuristi ben oltre i limiti della Costituzione italiana. In gergo: il carcere che non è carcere, perché non ha le stesse tutele e ci si finisce all’interno non per aver commesso reati ma semplicemente per l’esser eprivi di documenti. È uno dei “buchi neri” di Milano il Cpr di via Corelli. Nati nel 1998 con la legge Turco-Napolitano e cambiando più volte nome nel corso di 20 anni, i Centri di Permanenza per il Rimpatrio, meglio conosciuti con la sigla Cpr, sono le strutture di detenzione con la funzione di occuparsi degli stranieri destinati al rimpatrio nel loro paese di provenienza. Pochi luoghi sono stati meno raccontati della struttura di detenzione nella periferia est di Milano durante la pandemia.

“Gli atti di autolesionismo sono all’ordine del giorno. Alcuni si fanno del male pur di uscire da lì e di essere ricoverati in ospedale” spiegano a True News gli attivisti del coordinamento della rete Mai più lager – NO ai Cpr, nata nell’estate 2018, dopo la notizia dell’apertura di un centro nel capoluogo lombardo che era stato già chiuso in precedenza nel 2014 per le rivolte all’interno e che da anni fa un’operazione di informazione e divulgazione sulla situazione all’interno di via Corelli. “Molti arrivano ad impazzire e a sbattere letteralmente la testa contro il muro”. I reclusi non hanno un telefono (gli viene requisito prima di entrare) e questo limita i contatti con le famiglie all’esterno. Non indossano i loro vestiti ma tute. Non è concesso nessun momento di svago e l’unico “spaccio” interno di beni, che vede il gestore privato del centro vendere sigarette, snack o schede telefoniche ai detenuti, è alimentato dai cinque euro che vengono dati ai migranti irregolari ogni due giorni.

Sei uno straniero senza documenti? Finisci in un Centro di Permanenza per il Rimpatrio

“Nel decreto Lamorgese dell’ottobre del 2020, convertito poi in legge, è stato deciso che sarebbe stata data precedenza di trattenimento alle persone considerate pericolose socialmente e a quelle col trattato di rimpatrio – spiegano gli attivisti milanesi –: Operazione che ha dato l’impressione che nei Cpr finissero solo le persone con precedenti penali. In realtà, molte sono lì solo perché non hanno semplicemente il permesso di soggiorno”.Chi è infatti privo di documenti regolari o si è visto rigettare la richiesta di asilo politico – persone quindi anche radicate da anni nel territorio e con famiglia – viene inserito nella struttura, dove può rimanerci per mesi. Il tutto in condizioni precarie dal punto di vista dell’igiene, della sicurezza e della salute.

Cosa succede veramente in un Centro di Permanenza per il Rimpatrio?

Nei Cpr non si gode di nessun diritto e tutela, come denunciano da anni avvocati, giuristi e garanti dei detenuti, come lo storico giudice Francesco Maisto che ha assunto questo ruolo nella città di Milano. A cominciare dal momento dell’incarcerazione: un’udienza lampo della durata di cinque minuti, prevista subito dopo l’accesso alla struttura, dove molti stranieri non comprendono nulla e sono ignari della possibilità di rivolgersi ad un avvocato di fiducia. Difatti, nonostante sia previsto il rilascio di una Carta dei Diritti, spesso non viene nemmeno consegnata. Nessuna informazione, nessuno oggetto – nemmeno carta e penna sono concessi –, per la paura che possano essere utilizzati dai detenuti per compiere azioni violente o per appiccare incendi. Situazioni in effetti già verificatesi, poiché la disperazione nei Cpr è talmente estrema, che molti degli immigrati sono arrivati negli anni a gesti estremi.

Nel Centro di Permanenza per il Rimpatrio nessuna assistenza medica per gli immigrati

Anche dal punto di vista medico-sanitario, i CPR non sono in grado di fornire la giusta assistenza. “Il centro di via Corelli a Milano non ha una convenzione col Servizio Sanitario Nazionale e tutto è a spese del gestore” raccontano da Mai più lager – NO ai Cpr , raccontando che anche persone le quali giungono con un certificato psichiatrico, se non hanno alle spalle un avvocato che si impone facendo notare i segni di squilibrio, vengono trattenute e poi rimpatriate senza ricevere le cure adeguate. Una mancanza, quella medico-sanitaria, che riguarda tutti i Centri di Permanenza per il Rimpatrio italiani. «Abbiamo saputo dal Cpr di Torino che, a un soggetto il quale aveva ingoiato delle pile, è stata fatta solo una lavanda gastrica che nulla ha risolto. È stato poi imbarcato così”.

Il Centro di Permanenza per il Rimpatrio al tempo del Covid-19

“Bisogna far capire alle persone che questi luoghi esistono. Nemmeno gli stranieri sanno della loro esistenza” racocntano dal coordinamento che nel tempo è diventato un importante punto di riferimento per gli immigrati trattenuti nei centri e per le famiglie che fanno fatica ad avere contatti con l’interno. Disagio che è andato peggiorando con lo scoppio della pandemia.“Tra ottobre e novembre dell’anno scorso, con quattro casi Covid il Cpr di via Corelli è stato improvvisamente chiuso e isolato”. La struttura è stata blindata a tutti, nessuno escluso. Persino gli avvocati dei detenuti non hanno avuto accesso. “La finalità della struttura è il rimpatrio, e se questo non si può garantire, allora il soggetto deve essere rilasciato”.