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“Carles Puidgemont in Sardegna? Una strumentalizzazione, ma in Italia un problema col regionalismo differenziato esiste”

Caso Carles Puidgemont, l'esperto Aurelio Musi in un'intervista a True News parla di "indipendentismo e autonomie in Italia"

Si è conclusa nel migliore dei modi per l’arrestato la vicenda di Carles Puidgemont in Sardegna. Venerdì il leader indipendentista catalano, rifugiatosi a Bruxelles dopo essere ricercato dal 2017 dalla giustizia spagnola, era stato arrestato dalla polizia italiani a Sassari, dove stava prendendo parte a un convegno internazionale sul folk catalano.
Indipendentemente dai risvolti giudiziari – che proseguiranno per l’eurodeputato catalano, ma non in terra italiana – la vicenda torna a far parlare di indipendentismo e autonomie nel nostro paese. Aurelio Musi, docente di Storia del Mezzogiorno presso l’Università di Milano, prova a fare chiarezza su concetti spesso strumentalizzati dalla politica.

Professore cosa ci faceva Puidgemont in Sardegna? Come mai un leader catalano sceglie l’isola come tappa del suo esilio?

La Sardegna ha conosciute influenze dalla penisola iberica fin dalla storia antica. Nel Medioevo l’isola è stata conquistata dalla dinastia Aragonese (che annoverava anche la contea di Barcellona) e poi dai sovrani di Castiglia. Rimangono influenze culturali e linguistiche, soprattutto nella zona di Alghero, che nei decenni è stata usata per rivendicare autonomia. Ad oggi però in Sardegna i rappresentanti politici dell’indipendentismo non esistono più. I movimenti che un tempo spingevano per l’autonomia sono confluiti in partiti nazionali. Basti pensare a una colonna portate del sentimento sardo, come il Partito d’Azione, che è ormai nell’area del centrodestra. Io vedo in questo incontro tra spinte differenti più una strumentalizzazione, che non un sentimento reale dal basso. C’era un convegno a Sassari, Puidgemont è ormai una star dell’indipendentismo ed è stato invitato. Poi è subentrata la vicenda dell’arresto.

Al di là del caso Puidgemont, che lezione possiamo trarre dalla questione catalana a cinque anni dall’escalation del 2017?

Bisogna distinguere tra spinte reali verso l’autonomia e quelle strumentali, che fanno parte esclusivamente del gioco politico. La questione catalana dimostra quanto sia necessario trovare un equilibrio tra la spinta centrifuga – che a mio parere non è possibile, in quanto negli anni la Catalogna ha goduto del massimo grado possibile di concessioni – sia dal centro del potere, Madrid che promuove l’indivisibilità di “una Spagna”. In ogni caso, nel rapporto tra Spagna ed Europa è importante che la questione sia affrontata col pieno rispetto dell’autonomia dei singoli stati membri e al contempo esprimendo una posizione unitarie e non divisiva.

Esistono delle enclave culturali nel nostro paese o porzioni di territorio italiano che possono alimentarsi con delle spinte politiche autonomiste?

Ormai non più. Alla fine del secolo scorso c’è stato un momento che ha dato vita a possibili tendenze secessionistiche. E proprio sull’onda di questo terrore si è riformato il Titolo V, con la sinistra che temeva una spinta della Lega e lo sgretolamento dell’unità nazionale, concedendo moltissimo in termini di autonomi. Mentre oggi si fa marcia indietro, con un’opinione pubblica e una rappresentanza che spingono verso una modifica della riforma. Si è capito che questo eccessivo decentramento alle regioni, soprattutto nella questione sanitaria, non ha dato risultati positivi, anzi ha prodotto scollamento tra centro e periferia. Ad oggi è decisamente più forte la determinazione di ripristinare le prerogative dello stato centrale.

La fase secessionista della Lega (non più Nord) sembra alle spalle? Ci sono zone partiti o culture politiche che possono ambire a riportate in alto ideali indipendentisti?

Penso proprio di no. È un sentimento ormai sopito in tutto l’arco parlamentare: dalla destra di Fratelli d’Italia (che punta su un forte sentimento nazionalista), fino alla una sinistra che è più meno in toto europeista. Il rischio oggi non è tanto il secessionismo strisciante di fine millennio, ma una divisione tra le diverse regioni italiane, con una forbice sempre più allargata tra le regioni ricche del centro-nord e il sud, sempre più penalizzato. È il tema del regionalismo differenziato. Non ci sono più spaccature politiche nette, ma posizioni trasversali che tendono a rappresentare interessi regionali e locali, questo potrebbe portare a uno scollamento della coesione nazionale. Basti pensare al fatto che un presidente di regione di sinistra, come Rossi della Toscana, ha le stesse posizioni del leghista Zaia sul terreno delle competenze regionali. È necessario un intervento più incisivo del governo centrale per mediare le diverse spinte, che non sono secessionistiche, ma che possono creare incrinature al tessuto nazionale.

Dietro l’asimmetria delle autonomie a livello regionale ci sono solo questioni economiche o c’è altro?

In questi ultimi anni i presidenti di regione – grazie a una storia che parte dalla creazione delle istituzioni regionali nel 1970 – hanno ottenuto molti potere che prima erano dello stato. Questo comporta aumento di consenso e autorità: oggi un presidente di regione conta più di un deputato, anche di molti ministri, gestendo risorse economiche e rapporti con altre istituzioni. Questo squilibrio comporta che i presidenti di regione siano i referenti diretti dei poteri forti di un territorio che devono rappresentare. C’è una circolarità, che spesso può diventare vizioso. Per far fronte a questa condizione preoccupante del regionalismo differenziato, è necessaria una mediazione da parte dello stato centrale per tutelare gli interessi sostanziali delle realtà locali, e al contempo non dare libera espressione ai conati indipendentisti. Il problema va risolto a monte con il superamento di una visione differenziata del regionalismo, soprattutto in termini fiscali. La soluzione deve passare per un accordo.

Rispetto ad altri paesi europei e alle grandi potenze del mondo possiamo considerare il nostro paese unito?

Possiamo dire che il sentimento della popolazione italiana, rispetto ad alcuni anni fa, va molto più nella direzione dell’appartenenza unitaria: le spinte centrifughe vanno scemando. In particolare, dopo il vissuto della gestione politica della pandemia, emerge molto chiaramente una forte domanda di unità e coesione. Ha dato fastidio e creato danni la scissione di competenze e frammentazione nei vari livelli politici. C’è una forte istanza di unità e di aggregazione delle competenze. È finita l’epoca che chiedeva il decentramento: oggi si vuole accentramento, responsabilità nelle decisioni e capacità di governare su tutto il territorio nazionale.

In una tendenza storica, l’Europa ha creato coesione a livello nazionale o ha soffiato sul fuoco delle divisioni locali?

C’è stato un tempo in cui la parola d’ordine era “l’Europa delle regioni”, oggi sembra passato di moda. Ferma restando l’autonomia e la sovranità degli stati nazione, per creare un soggetto politico coeso gli stati nazione dentro l’Ue devono presentarsi coesi. L’Europa ha il compito di risolvere a monte il problema della natura degli stati nazione, che sono ancora l’elemento fondamentale per creare anche una dimensione sovranazionale. Non a caso l’Europa è garantita dagli stati-nazione meglio riusciti: Germania, Francia e -prima della Brexit – dall’Inghilterra. Non può stupire che vi siano locomotive nazionali in un soggetto politico non ancora completato. L’integrazione europea è la chiave per la riconquista delle prerogative degli stati nazione europei che possono superare un decentramento amministrativo che non ha portato buoni frutti.