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Agnelli, the master of puppets

Andrea Agnelli è certamente il dirigente del calcio italiano con maggiore preparazione e curriculum. A tratti la sua visione sembra avanti qualche anno luce rispetto a quella dei colleghi della Lega che, in una delle ultime uscite pubbliche, il numero uno della Juventus ha descritto come associazione che dovrebbe “abdicare per manifesta incapacità”. La domanda legittima in questa fase di grande cambiamento del business del pallone è, però, quante siano le parti in commedia recitate dallo stesso Agnelli.

La sua presenza nell’elenco dei membri nominati in rappresentanza della Serie A nella nascente media company, che sarà creata e poi ceduta in parte a Cvc, Advent e Fsi per 1,7 miliardi di euro, certifica la sua centralità nel calcio italiano. Del resto sarebbe impossibile immaginare qualcosa di diverso per un manager che all’estero ha già visto riconoscere il suo ruolo e che dal 2017 è presidente della potentissima ECA, l’associazione che raccoglie i club europei. E in questa veste ha trattato e tratta con Uefa e Fifa quale sarà la forma del business futuro, comprese le voglie di Superlega e di scissione che agitano il dibattito politico-calcistico.

Le cariche di Mr. Agnelli

Nei mesi scorsi Agnelli si è più volte affrettato a smentire che esistesse la possibilità di una scissione da parte dei più ricchi. L’ultimo intervento (scritto) è servito, però, per ribadire che nulla potrà più essere come adesso e che proprietà e calciatori dovranno trovare negli equilibri futuri una centralità che ora non hanno. Tesi condivisibile, ma ancora senza applicazioni pratiche. E se alla fine ci fosse da decidere fino a che punto spingere il calendario internazionale (leggi coppe europee in qualunque loro forma) a dispetto di quello nazionale (campionato e coppe), creare circuiti semichiusi e garantire soprattutto i top club, quale Agnelli esprimerebbe il suo parere? Quello dell’ECA che guarda agli interessi di Real Madrid, Barcellona e delle multinazionali del pallone o quello che, con in mano la cassa del calcio italiano, dovrebbe avere come stella polare solo la moltiplicazione del valore dell’asset campionato?