Fincantieri, Snam, Autostrade e Tim: tutti i flop della Cdp dei “migliori”

La Cdp odierna targata Draghi-Scannapieco non risolve i limiti della gestione precedente di Fabrizio Palermo

La Cdp del “Governo dei Migliori” bocciata nel suo primo round di nomine: la scelta di Via Goito di sostituire Marco Alverà a Snam e Giuseppe Bono a Fincantieri mostra la difficoltà che il gruppo guidato da Dario Scannapieco deve affrontare nel capire fino in fondo le logiche del sistema-Paese e delle partecipate. Per tirare dritto, per mostrare la sua compattezza e per consolidarsi nelle istituzioni il partito draghiano ha usato Cassa Depositi e Prestiti come banco di prova per gestire il round nomine del 2022, che nonostante le richieste dei partiti di un maggiore coinvolgimento ha visto il suo processo centrale svolgersi tra Palazzo Chigi e Via Goito.

La Cdp dei “migliori”

Mario Draghi è stato coadiuvato da un circolo ristretto: l’immancabile Francesco Giavazzi, stratega delle nomine; il capo di gabinetto Antonio Funiciello, desideroso di riscattarsi dopo il flop del Quirinale; e, last but not least, Dario Scannapieco, ad di Cdp chiamato a Via Goito un anno fa, draghiano tra i draghiani.

Bono sbarcato dopo vent’anni nonostante una serie di commesse accumulate per 36 miliardi di euro, principalmente per navi militari; Alverà messo da parte nonostante risultati industriali brillanti mentre, al contempo, Cdp sceglie di non sostituire, nonostante il flop del 2021, l’ad di Saipem Francesco Caio,  nominato capoazienda dal governo Draghi a maggio 2021 dopo essere stato presidente della società per i precedenti tre anni e costretto ad affrontare il rischio di fallimento del suo gruppo; dossier pregressi che non vengono smistati mentre un giro di miliardi continua a muoversi a vuoto senza trovare sbocchi veramente produttivi.

La Cdp targata Scannapieco avrebbe dovuto, nelle intenzioni del “Governo dei Migliori”, essere il polmone dell’Italia in ripartenza; avrebbe, secondo i suoi fautori, valorizzato la mentalità di mercato e risolto in forma moderna e competitiva i dossier più spinosi ereditati dalla gestione di Fabrizio Palermo; avrebbe, da ultimo, finito di svolgere il ruolo di bancomat dello Stato. Nulla di questo si è, per ora, verificato.

La partita Autostrade

Le partite aperte la cui insolubilità è tra le cause che hanno portato nel 2021 alla rimozione di Palermo da ad erano quelle di Autostrade e Tim.

Sul primo fronte, si accusava Palermo di non aver trovato altra opzione che quella dell’acquisto da Atlantia delle quote di Autostrade per l’Italia con un esborso eccessivo, sul secondo eccessiva leggerezza sul fronte della gestione della possibile fusione Tim-Open Fiber, del dossier rete unica, dello sviluppo dell’ex monopolista nazionale delle Tlc.

Il risultato? Decisamente in chiaroscuro. A fine marzo si è concretizzato l’acquisto da parte di un consorzio controllato dalla Cassa depositi e prestiti (in particolare, da Cdp Equity) e attraverso la holding Reti autostradali, costituita ad hoc, dell’88,06 per cento delle azioni della concessionaria.

“L’acquisizione del controllo sul principale gestore di tratte autostradali nazionali a pagamento per estensione chilometrica (50 per cento circa dell’intera rete) e di uno dei primi in Europa per tecnologia, fa assumere all’azionista pubblico un ruolo oggettivamente industriale e non semplicemente finanziario”, nota Domani che ha fatto presente l’assenza di una visione apposita da parte di Cdp, che fino ad ora ha solo contribuito a ricoprire d’oro (9,3 miliardi di euro) la famiglia Benetton.

Il fallimento Tim

E Tim? Cdp e il governo Draghi sono apparsi più volte presi in contropiede e incapaci di agire autonomamente di fronte all’offensiva finanziaria del fondo Kkr, rintuzzando l’attacco dell’Opa solo dopo sei mesi di incertezze. Ma ora degli investitori d’oltre Atlantico bisognerà tornare a parlare. Kkr infatti nell’agosto 2020 ha siglato un accordo con Tim per entrare con il 37,5% in Fibercop, la società in cui è stata convogliata la rete secondaria, cioé quella dell’ultimo miglio, dagli armadietti sui marciapiedi fino alle case degli utenti.

Tim, partecipata da Cdp, è stata più volte in passato associata a Open Fiber, partecipata al 60% da Cdp, per una fusione che il governo Draghi non ha mai avallato. Abbiamo visto la Cdp dei Migliori avanzare rispetto al ginepraio dell’era Palermo? Niente affatto. Anzi, resta l’imbarazzo per il fatto che Cdp sia partecipante al capitale di due aziende di fatto in concorrenza tra di loro nel ramo fibra (Tim e Open Fiber) senza sbrogliare la matassa.

Lo zampino di Draghi

Il governo Draghi ci ha chiaramente messo del suo. Fiutando nuove nomine e una possibile espansione del partito dei suoi fedelissimi, il premier assieme al titolare del Mef Daniele Franco ha promosso l’acquisizione del controllo diretto del Tesoro su una partecipata strategica come Sace, in cambio del trasferimento a Cdp, controllata del Mef stesso, di una somma vicina ai 5 miliardi di euro in titoli di Stato. Un’operazione risoltasi in una partita di giro senza reali e realistiche ricadute strategiche.

La stagione delle nomine ha dunque confermato ciò che le scelte operative avevano da tempo mostrato come manifesto: Cdp nell’era Scannapieco è un “bancomat” per il draghismo, ma nonostante le sue notevoli potenzialità non ha risolto il dilemma di fondo che ne blocca la definitiva esplosione. Da collettore del risparmio postale, vuole essere il braccio armato dello Stato, una nuova Iri cassaforte delle partecipazioni pubbliche? Oppure un attore dinamico di mercato? O un vero e proprio fondo sovrano dedito a investire nei settori di frontiera? Nulla è stato risolto sino ad ora.

Chi se ne va, che male fa

Gli addii a Bono e Alverà rappresentano poi due autogol nelle prime nomine, a cui aggiungere la rimozione del generale Claudio Graziano dal comando militare europeo in una fase decisiva per chiamarlo a un ruolo di garanzia come la presidenza di Fincantieri al posto dell’ottimo Giampiero Massolo, ambasciatore che il gruppo navale si è fatto soffiare proprio da Atlantia, ex partner di affari nella transizione per Autostrade. Sono cambiate le poltrone, i nomi, i volti, le quote di partecipazione in diversi settori, ma Cdp non è diventato il veicolo della potenza di fuoco dell’era Draghi. Anzi, è piuttosto un simbolo lampante di tutti i limiti di un governo dei “Migliori” che ha perso da tempo il tocco magico, ormai esistente solo in una cerchia ristretta di commentatori. Mentre molte scelte decisive per il Paese reale e l’economia continuano a essere bypassate o semplificate.